Mercoledì, 16 Giugno 2021
Cronaca

Zeroper (rimettersi in gioco)

Un documentario di Francesco Russo relativo al post-terapia di alcuni ex giocatori d'azzardo patologici del centro di Campoformido

Nota- Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di PalermoToday

Bastava un semplice foglio di carta e un paio di matite. Ricordo che da piccolo in classe, anche mentre l’insegnate spiegava, con il mio compagno di banco spesso si giocava al famoso “Zero per” (conosciuto anche come Tris o, nel mondo anglosassone, Tic tac toe). Chi vinceva si aggiudicava il match... o il bacio della compagnetta più ambita, a seconda delle occasioni! Chi perdeva, invece, tornava a casa con l'irrefrenabile desiderio di prendersi la rivincita il giorno dopo.

Un gioco talmente semplice e avvincente da coinvolgere un’intera classe in sfide emozionanti, a volte veri e propri tornei all’ultima... X. Un gioco in cui si mescolavano, in pochi semplici gesti, strategia, furbizia e voglia di primeggiare, fremendo perché l'avversario sbagliasse la mossa successiva.
Da allora sono passati molti anni e la realtà è cambiata: tutto si è trasformato, anche il modo di giocare. Così è successo che, quello che un tempo era un banale passatempo, oggi è un modo per far soldi, quella che una volta era una semplice rivalsa sull’amico di turno, oggi può rappresentare una vincita in denaro, un premio redditizio, una scommessa azzeccata... ma anche un rischio, una trappola.

Oggi quella generazione, la mia, si trova ad aver a che fare con qualcosa di estremamente diverso e pericoloso: giochi non più ludici, non più fonte di uno svago disinteressato, non più motivo di piacere sano. O forse sì, ma solo all’inizio e se la situazione non sfugge di mano. Negli ultimi decenni, il nostro Paese ha assistito inerme al dilagante processo di mercificazione del gioco -“d’azzardo” o no, poco importa, se anche il più innocuo dei passatempi rappresenta una sfida alle leggi statistiche e al proprio portafoglio-, favorendo la crescita esponenziale del numero di giocatori che vi incappano, fino a diventare “patologici”.

Un fenomeno di massa di enormi proporzioni economiche e sociali, se solo si considera la facilità con cui è possibile oggi accedere ai diversi giochi d’azzardo e al rutilante universo delle scommesse: si può giocare quasi in ogni luogo, dal supermercato agli uffici postali e al web, e in ogni momento della giornata; la fruibilità di questi stratagemmi mangia-soldi è impressionante, non riguarda più solo il tavolo verde e, quel che è peggio, nella maggior parte dei casi è legale. Tra i tantissimi giocatori, i più fragili vengono inconsapevolmente attirati nella terribile morsa della dipendenza patologica compulsiva, e quello che sembrava essere un semplice piacere o una banale abitudine lentamente si trasforma in una vera e propria "schiavitù".

La pratica del gioco d’azzardo si accompagna, infatti, all’alto rischio di perdere il controllo e di diventarne dipendenti, con impatti drammatici sulla vita del giocatore e della sua famiglia: complice la forte crisi economico-occupazionale, nonché la facilità di scommettere online anche piccole somme di denaro, sono tanti i disoccupati, i giovani adulti ma anche i teenager che trascorrono il proprio tempo d’avanti a queste macchine infernali o ad uno schermo, aspettando l’esito della loro giocate e sperperando, nel frattempo, una mole di soldi anche ingente, a danno delle rispettive famiglie e dell’intera collettività.

Il tutto avviene nella totale mancanza di politiche per la prevenzione e la cura: l'Italia, infatti, è il Paese in Europa in cui si gioca di più e quello con una delle legislazioni più arretrate in materia, con un quadro normativo insufficiente ad aggredire il fenomeno. Non solo. Il gioco d’azzardo patologico non è inserito nei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) e, quindi, non è riconosciuto come dipendenza, il che significa che nelle strutture socio-sanitarie non è previsto un servizio ad hoc per l’opportuno trattamento terapeutico, a dispetto delle evidenze scientifiche che ne affermano l'utilità e l’efficacia.

Dunque, che fare? Come contrastare questa malattia? Esistono percorsi di trattamento e riabilitazione specifici per il recupero dei giocatori  d'azzardo? Insomma, chi soffre di gioco d'azzardo patologico compulsivo, che fine fa?E' da queste domande, e dalle premesse preoccupanti e sconfortanti qui riportate, che la mia analisi ha preso le mosse. Ho deciso di concentrare la mia attenzione su alcune delle tante esperienze significative, ancorché periferiche, di prevenzione e cura del gioco d'azzardo patologico, in grado di rimediare autonomamente e in modo efficace alle assenze istituzionali.

In Italia esiste un'importante rete di sostegno sociale, fatta di tante piccole associazioni di volontariato, servizi comunali, gruppi di auto-aiuto, etc. Tra queste c'è A.GIT.A., un'associazione con sede a Campoformido (UD), in cui gli ex giocatori d'azzardo intraprendono il percorso terapeutico col sostegno delle rispettive famiglie. Nata nel 2000, A.GIT.A. ha rappresentato -e rappresenta tutt'ora- un punto di riferimento per la terapia di gruppo, un valido metodo d'intervento che consente ai giocatori d’azzardo di raggiungere e mantenere l’astinenza dal gioco patologico, con risultati positivi a lungo termine (recidivanza scarsa o nulla a distanza di anni).

A.GIT.A. è composta da tante persone ed esperienze diverse: donne, uomini e ragazzi con storie divergenti e parallele, accomunati dal sentimento di coloro ai quali viene sottratta una parte fondamentale dell'esistenza: la dignità. Persone che hanno perso e ritrovato tutto, che hanno avuto la forza e la determinazione di tornare a vivere lavorando fianco a fianco con i loro familiari, che hanno saputo riconoscere e percorrere la strada che li ha condotti a “rimettersi in gioco” nella vita di tutti i giorni, senza doversi più a nascondere dietro il paravento della vergogna.

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