Lunedì, 21 Giugno 2021
Cronaca

Voti in cambio di denaro, i pacchetti venivano "riciclati": 150 euro per 30 preferenze

I retroscena dell'operazione Agorà, che ha portato all'arresto di cinque persone: quattro esponenti politici e un militare della guardia di finanza. Dalle feste di quartiere alle promesse di posti di lavoro. Ma alle volte poteva bastare un pacco di pasta. "Uno squallido spaccato di vita reale"

Uno stesso pacchetto di voti offerto - o meglio venduto - a più candidati. Patti stretti illecitamente e altrettanto illecitamente infranti. Per ottenere un voto in più c'era chi pagava in denaro (30 preferenze per 150 euro), chi prometteva fondi per feste di quartiere, chi invece assicurava posti di lavoro garantendo però che bastava "farsi vedere" una volta a settimana. Di lavorare per davvero non c'era bisogno. E per assicurarsi i voti? i vecchi metodi non si lasciano, può bastare un pacco di pasta... Poco importa se era destinato ai più bisognosi. E' quanto emerge dall'inchiesta della Procura di Palermo che ha portato all'arresto di cinque persone: quattro esponenti politici e un militare della guardia di finanza.

Ai domiciliari, nell'ambito dell'operazione "Agorà" delle fiamme gialle, sono finiti l'attuale presidente della commissione Bilancio all'Ars, Nino Dina (Udc); Roberto Clemente, esponente di Cantiere popolare-Pid; l'ex deputato Franco Mineo (Grande Sud); Giuseppe Bevilacqua, anche lui del Pid che nel 2012 tentò la corsa al Comune di Palermo ma non venne eletto, e il finanziere Leonardo Gambino.

Uno spaccato di vita reale, che gli stessi inquirenti non esitano a definire "squallido". "E' veramente triste - ha detto il procuratore aggiunto Vittorio Teresi  - constatare come il livello morale di questa gente sia arrivato a raschiare il fondo, a meno che non assisteremo a fatti più riprovevoli. Tra la merce di scambio c'erano beni assegnati da associazioni di volontariato a persone indigenti, e invece il candidato utilizzava queste derrate alimentari per acquistare i propri voti e la preferenza elettorale. Una cosa inqualificabile".

Leonardo Gambino, ispettore della Guardia di Finanza in servizio presso la Stazione Navale di Palermo, deve rispondere di "corruzione propria", perchè avrebbe rivelato a Bevilacqua notizie sulle indagini. "Accusa antipatica - spiega il procuratore Francesco Lo  Voi - e alla finanza ribadisco il mio plauso per l'operazione svolta. E' un episodio isolato, ma che ci deve fare mantenere alta l'attenzione".

MAFIA E POLITICA A BRACCETTO - Dalle indagini è emerso che non sono gli esponenti di cosa nostra a cercare i politici, ma l'esatto contrario. In vista di una competizione elettorale è Bevilacqua a cercare i "potenti" e le garanzie che possono offrire.  "E' uno spaccato plastico dell'esistenza di un rapporto di una certa politica, per fortuna in minoranza ma diffusa, che continua a cercare e a volere l'appoggio di cosa nostra per avere consensi elettorali. Questi sono i rapporti tra la mafia e le istituzioni - dice Teresi - . Questi politici cercano mafiosi, come Natale Gambino, Calogero Di Stefano già condannati per mafia, che non sono una faccia diversa da quegli stessi mafiosi che mettono il tritolo o usano la pistola. Chi si assume la responsabilità di cercare un mafioso sottoscrive un patto con gli assassini". Per Teresi è un errore distinguere ala "militare" e ala "politica" perchè "sono una cosa sola".

L'AVVIO DELLE INDAGINI - La guardia di finanza stava lavorando all'operazione "Idra", per ricostruire gli assetti di cosa nostra a Tommaso Natale. "Da alcune intercettazioni con microspie - spiega il colonnello della finanza Calogero Scibetta - emerge che Bevilacqua, candidato del Pid alle comunali 2012, deve risolvere una controversia con altri soggetti e per farlo si rivolge a personaggi legati a cosa nostra arrestati nell'ambito dell'operazione". "Bevilacqua - come sottolinea il colonnello Claudio Petrozziello, vicecomandante del Nucleo di polizia valutaria - è a conoscenza del 'curriculum' dei suoi interlocutori e li cerca esattamente per questo. Emerge una storia di squallore e pericolosità, di Robin Hood al contrario dove si ruba ai poveri e dove si truffano a vicenda. Stringono un patto e poi lo violano".

TUTTO RUOTA ATTORNO A UN UOMO SOLO - Il perno dell'indagine è Giuseppe Bevilacqua, dipendente Amat. E' lui che, non eletto al Comune, offre il proprio "pacchetto di voti" ottenuto con l'appoggio di esponenti mafiosi ai candidati alla Regione. Si tratta degli stessi voti offerti a diversi aspiranti onorevoli. Un illecito nell'illecito. "Sullo sfondo - ribadisce Petrozziello - una mafiosità diffusa, che si vede, che traspare".

GLI ACCORDI CON I CANDIDATI - Bevilacqua stringe un accordo con Roberto Clemente. Si tratta di un consigliere comunale in carica. Se eletto a Sala d'Ercole - secondo i patti - deve dimettersi così da cedergli il posto. Accordo che però Clemente infrange perchè rimane in carica sia all'Ars sia al Comune. "Dina - spiega il capitano delle fiamme gialle Vittoria Scialanca - promette invece due posti di lavoro in un ente pubblico per quel pacchetto di voti. Bevilacqua accetta e decide che uno sarebbe andato alla compagna e uno alla sorella. I posti avevano una retribuzione annua di 15mila euro ciascuno, ma le destinatarie non dovevano lavorare per davvero. Bastava, secondo quando garantito, farsi vedere una volta a settimana". Gli inquirenti stanno ancora lavorando per capire di quali enti si tratta. Dalle indagini è invece emerso che Mineo avrebbe garantito, in cambio dei voti, il finanziamento per una festa di quartiere alla Marinella. Fondi poi effettivamente erogati.

ORDINI ANCHE DAL CARCERE - I referenti di Bevilacqua finiscono in carcere nell'ambito di altre operazioni, ma poco importa. Uno degli arrestati, che avrebbe dovuto raccogliere i voti, impartisce direttive dalla cella tramite la moglie. "Il carcere - constata amaramente Teresi - ormai non impedisce nulla". Spiega alla consorte che - se i patti vengono rispettati - allora si può procedere con la raccolta dei voti.

CAMPAGNA ELETTORALE CON GLI ALIMENTI PER I POVERI - Secondo gli inquirenti Bevilacqua avrebbe usato per la compagna elettorale dei generi alimentari del "Banco opere di carità" destinati agli indigenti. "In alcuni casi redistribuiva la spesa - spiega il capitano Scialanca - . In altri invece la rivendeva per due euro a sacchetto. I beni più pregiati però, come il Parmigiano Reggiano, li teneva per sè o li vendeva a ristoratori". Tutto avveniva con la complicità di un altro dipendente del banco, attualmente indagato. Il complice avrebbe dato all'arrestato risorse maggiori del dovuto e, allo stesso tempo, lo avrebbe messo in guardia per eventuali lamentele.

CORRUZIONE ELETTORALE, MA NON "MAFIA" IN SENSO STRETTO - Corruzione elettorale è il reato contestato a cinque arrestati per la presunta compravendita di voti nelle elezioni del 2012. I politici sono accusati, a vario titolo "di aver promesso o ricevuto denaro o altre utilità in cambio di voti, per sé o per altri, nell’ambito delle elezioni del 2012 per il rinnovo del Consiglio comunale di Palermo e dell’Assemblea regionale siciliana" mentre il finanziere risponde di corruzione. Il gip ha respinto la richiesta del 416 ter voto di scambio politico-mafioso perchè non dimostrabile il metodo mafioso nella condotta degli indagati. La Procura si riserva però la possibilità di presentare istanza al riesame. "La concezione che sta alla base delle norme sul 'nuovo voto di scambio' - sottolinea Teresi - distrugge tutto ciò che è stato fatto negli ultimi venti-trenta anni contro la mafia e il suo potere elettorale. Non è ammissibile che ogni volta ci si debba chiedere di dimostrare il metodo mafioso".

COSA SUCCEDE ALL'ARS - I deputati coinvolti nell'indagine saranno sospesi fino a quando rimarranno sottoposti alla misura interdittiva.Subentreranno i primi dei non eletti nelle liste elettorali di cui facevano parte. Il compito di emettere il provvedimento di sospensione spetta alla presidenza. L'iter prevede poi un passaggio dall'ufficio del commissario dello Stato e quindi la comunicazione ufficiale.

 

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