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"Violentata e perseguitata dall'ex datore di lavoro", ma non era vero: assolto ottantenne

Una donna sposata ha raccontato di aver subito abusi e minacce dall'imputato. La difesa ha dimostrato però che i due avrebbero avuto una relazione durata due anni e che la presunta vittima si sarebbe poi invaghita di un altro. E che avrebbe denunciato solo quando l'anziano aveva rivelato la nuova tresca al marito

Aveva denunciato di essere stata violentata dal suo ex datore di lavoro, che l'avrebbe costretta a subire palpeggiamenti e ad avere rapporti sessuali anche minacciandola di morte e puntandole contro un paio di forbici, nonché di essere stata perseguitata dall'uomo - che oggi ha 81 anni - con continue telefonate e pedinamenti. I giudici, però, non hanno creduto al racconto della presunta vittima, una cinquantenne sposata, e l'imputato, già assolto in primo grado dall'accusa di violenza sessuale, ora è stato scagionato anche da quella di stalking dalla terza sezione della Corte d'Appello. Conseguentemente è stato anche revocato il risarcimento di 2 mila euro, riconosciuto dal tribunale alla donna, che si era costituita parte civile.

Dietro alla storia di presunti abusi sessuali e minacce, come ha dimostrato l'avvocato Stefania Macarrone che assiste l'uomo, in realtà ci sarebbe stata una storia d'amore finita male: dopo una relazione clandestina durata circa due anni con l'ex datore di lavoro, infatti, la donna si sarebbe invaghita di un vigile e quando l'imputato - innamorato e ferito - avrebbe raccontato tutto al marito della cinquantenne, lei sarebbe corsa a denunciare violenze che in realtà non avrebbe mai subito.

I fatti al centro del processo risalgono al 2014. La presunta vittima lavora nell'azienda che produce profumi dell'imputato, che è separato. In base alla versione di lei, l'uomo l'avrebbe ripetutamente toccata e non avrebbe esitato una volta persino ad afferrarla per le spalle e a minacciarla con delle forbici per costringerla ad avere un rapporto sessuale. Successivamente, sempre a dire della donna, lui avrebbe iniziato a controllarla, a telefonarle continuamente, ad aggredirla verbalmente e ad offenderla, arrivando ad appostarsi davanti alla scuola frequentata dai suoi figli o all'ufficio postale dove lei era solita andare. 

Già in primo grado la seconda sezione del tribunale aveva escluso la violenza sessuale e condannato l'imputato a 4 mesi (pena sospesa) solo per stalking. La Procura aveva chiesto una condanna a 6 anni. L'avvocato dell'uomo aveva infatti dimostrato che la presunta vittima e il presunto carnefice avrebbero avuto una storia, un fatto che sarebbe stato noto sia nell'azienda, che ai figli dell'imputato e persino ad un vicino della cinquantenne, che aveva raccontato ai giudici che avrebbe visto i due spesso salire a casa di lei quando suo marito sarebbe stato assente. Così come era saltato fuori che la donna avrebbe deciso di denunciare l'imputato solo quando lui avrebbe riferito al marito della relazione extraconiugale tra lei e un vigile.

In appello, il collegio presieduto da Antonio Napoli, non ha creduto neppure alla storia della persecuzione. Sarebbe emerso infatti che l'imputato si sarebbe comportato come qualsiasi amante ferito dalla fine di un rapporto, ovvero che avrebbe cercato la cinquantenne per avere delle spiegazioni e anche nella speranza (vana) di riconquistarla. Mai avrebbe usato toni violenti o minacciosi contro lei. Anzi. La stessa presunta vittima aveva registrato due telefonate dell'imputato, in cui lui si scusava persino per averla chiamata, spiegandole di voler solo sentire la sua voce, di essere triste perché ripensava ai momenti trascorsi insieme. Da qui l'assoluzione anche dal reato di stalking.

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