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La processione con "inchino" al boss a Villafrati, il parroco: "Ricostruzione falsa e tendenziosa"

Il corteo si è fermato davanti alla casa di uno dei fedelissimi di Bernardo Provenzano, Ciro Badami. Caso segnalato sia alla Procura sia all'Arcidiocesi, che rompe il silenzio: "No alle strumentalizzazioni, la Chiesa ha preso posizione netta contro le mafie"

Ancora una volta sacro e profano si mischiano e una processione religiosa finisce nell'occhio del ciclone per una sosta "sospetta" nei pressi dell'abitazione di un condannato per mafia. La vicenda risale ai giorni scorsi e ha come sfondo Villafrati. L'arciprete ha fermato la processione del "Corpus Domini" davanti alla casa di uno dei fedelissimi di Bernardo Provenzano, Ciro Badami. Il caso è stato segnalato sia alla Procura sia all'Arcidiocesi. Il parroco don Guglielmo Bivona ha affidato la sua difesa a una lettera - diffusa oggi dlal'Arcidiocesi - in cui definisce "falsa e tendenziosa" l'interpretazione dei fatti relativi alla processione del 30 giugno.

"Mi si accusa - scrive il religioso - che durante la processione del Corpus Domini, il cui itinerario è stato approvato dalla Curia, dalla questura, nonché dal sindaco e dal comandante della stazione dei carabinieri, ho impartito la benedizione da un altare, sito in prossimità dell’abitazione della famiglia di un soggetto ritenuto appartenente ad ambienti mafiosi. Tengo a precisare che per tradizione secolare, gli altari vengono preparati dai fedeli che vivono nei pressi dell'itinerario della processione e il loro allestimento è lasciato alla loro libera volontà, io non incido, né potrei in alcun modo incidere, sulla scelta di collocare in un luogo piuttosto che in un altro, pertanto non ho deciso io, in alcun modo, che lo stesso fosse posizionato presso quella abitazione. Inoltre, alcuni si realizzano tradizionalmente in alcuni luoghi da sempre. Quindi la realizzazione dell'altare prossimo all'abitazione del soggetto suddetto non è stata fatta di proposito. Inoltre, non corrisponde al vero e smentisco espressamente la circostanza per cui mi sarei intrattenuto per salutare la moglie del 'mafioso'".

Il sacerdote sottolinea di "avere tenuto lo stesso comportamento in più di 20 altari allocati lungo l’intero tragitto della detta processione. Essendo assorto nel momento di preghiera che si stava vivendo, vedevo dinnanzi a me solo i fedeli e ho del tutto trascurato la circostanza per cui presso quell’abitazione potesse abitare la famiglia di un soggetto noto al malaffare. Lungi dal sottoscritto il volere trasgredire le norme impartite dal vescovo e dalle competenti autorità e soprattutto di voler rivolgere una particolare attenzione a un soggetto ritenuto 'mafioso' o a suoi familiari, solo per rispetto umano o, peggio ancora per soggezione! Mi sono sempre battuto per la giustizia e la legalità e continuerò a farlo, partecipando alle varie iniziative di volta in volta previste e promuovendole. Mi sono sempre attenuto alle regole e ai principi di onestà e correttezza, nei quali credo fermamente".

E ancora don Bivona ricorda che è abitudine consolidata quella di benedire gli anziani e i malati che si trovano davanti alle porte d’ingresso delle abitazioni.

"Credo - conclude il parroco - di avere poco da rimproverarmi davanti a Dio perché ho agito in assoluta buona fede, come ho sempre fatto nei quaranta anni nei quali ho dedicato il mio impegno esclusivamente alla cura delle anime ed, ove la mia condotta abbia però turbato qualcuno, me ne dolgo profondamente, ma non era certamente questa la mia intenzione".

Oggi, la precisazione proprio dell'Arcidiocesi. "Prendiamo atto delle spiegazioni fornite dal parroco, don Guglielmo Bivona, e della sua dichiarata ed esplicita estraneità a qualsiasi forma di compiacimento o vicinanza a persone appartenenti a organizzazioni mafiose e ribadiamo con forza, nel contempo, la condanna da parte della Chiesa di Palermo e del suo Arcivescovo di ogni forma di strumentalizzazione di qualunque tipo di manifestazione religiosa o di pietà popolare messa in atto da chicchessia". L'Arcidiocesi ricorda poi il recente decreto con cui l’arcivescovo Lorefice ha preso "una ferma posizione circa l’appartenenza alle confraternite da parte di persone condannate per reati di mafia o facenti parte di organizzazioni massoniche" ed evidenzia le parole pronunciate da Papa Francesco, durante la visita in città il 15 settembre dello scorso anno: "Non si può credere in Dio ed essere mafiosi. Chi è mafioso non vive da cristiano, perché bestemmia con la vita il nome di Dio-amore"

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