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L'aggressione ai finanzieri in via Monfenera: imputati condannati, ma liberi

I fatti risalgono al 31 maggio scorso, quando due militari delle fiamme gialle vennero aggrediti per impedire loro di sequestrare il pub Lucignolo. I due arrestati sono stati condannati a pene lievi che, pertanto, sono state sospese

Secondo la Procura, il 31 maggio scorso, avevano aggredito fisicamente due finanzieri (facendone finire uno in ospedale) e minacciato un amministratore giudiziario per impedire il sequestro del pub “Lucignolo” di via Monfenera, ritenuto riconducibile a Marcello Viviano, considerato personaggio di spicco del clan mafioso di Pagliarelli. Adesso il figlio di Viviano, Giuseppe, 21 anni, e Alessandro Chifari, di 28, sono stati condannati con il rito abbreviato dal gup Ermelinda Marfia a pene molto lievi e per questo anche sospese: un anno al primo e un anno e otto mesi al secondo.

Il giudice non ha ritenuto sussistente l’aggravante di aver agito con il metodo mafioso e ha concesso ai due imputati le attenuanti generiche. Non solo: ha pure respinto la richiesta di risarcimento avanzata dall’amministratore giudiziario, che si era costituito parte civile nel processo, e ha pure revocato la misura cautelare alla quale i due erano sottoposti – l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Viviano e Chifari sono dunque del tutto liberi.

Il giudice avrà ritenuto credibili le tesi dei difensori dei due giovani, gli avvocati Nino Caleca e Filippo Gallina, secondo i quali ciò che accadde in via Monfenera non sarebbe stato altro che una bravata.

Viviano e Chifari erano stati arrestati una settimana dopo i fatti. Oltre a picchiare i militari e minacciare l’amministratore giudiziario, avrebbero anche danneggiato il pub. Prima di scappare, avrebbero anche promesso che sarebbero tornati per distruggere il locale. Per loro le accuse erano di danneggiamento, violenza, minaccia, resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale, il tutto aggravato dal metodo mafioso. Vista la violenza dell’episodio, anche il sindaco, Leoluca Orlando, aveva pubblicamente condannato il gesto.

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