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Le vendette porno giravano sulle chat: palermitano denuncia, chiusi 3 canali Telegram

I nomi erano tutto un programma: “Stupro tua sorella 2.0”, il “Vangelo del pelo” o la “Bibbia 5.0”. Agli utenti bastava accedere ai canali sull'app di messaggistica e pagare somme irrisorie (da 3 a 20 euro) per acquisire il materiale illegale (foto e video di ragazze nude). Coinvolti anche minorenni

Video a sfondo sessuale oggetto di ricatti o vendette ma anche materiale pedopornografico messi in circolazione tramite Whatsapp o canali Telegram dai nomi inequivocabili come “Stupro tua sorella 2.0”, il “Vangelo del pelo” o la “Bibbia 5.0”. C’è anche la denuncia di un palermitano fra quelle che hanno acceso i riflettori su alcuni gruppi o canali delle due app di messaggistica utilizzati per la diffusione di materiale illegale, a volte acquisito dietro pagamento di somme comprese fra i 3 e i 20 euro. Tre le persone denunciate in questa prima fase d’indagine.

E’ quanto emerso dalla maxi inchiesta denominata “Drop the revenge” che ha visto coinvolte le procure di Milano, Palermo e Bergamo nonché la procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Palermo. L’utente palermitano, tra i meandri del web, si era imbattuto in alcuni canali che si erano trasformati nel tempo in ritrovi per internauti, migliaia e migliaia in tutto il territorio nazionale come accertato dagli investigatori, alla caccia di materiale hard che in alcuni casi avrebbe riguardato pure minorenni e bambini.

Le denunce hanno dato il via a una corposa indagine affidata alla polizia postale che, su disposizione dei pm, ha eseguito diverse perquisizioni risalendo all’identità di un 35enne di Nuoro, sorpreso a operare proprio su Telegram al momento del blitz. Sarebbe lui la mente dietro i canali “Stupro tua sorella 2.0” e il “Vangelo del pelo”. Un’altra perquisizione ha portato in casa di un diciassettenne, considerato l’amministratore de “La Bibbia 5.0”, che mettendo in vendita le immagini pornografiche acquisite, avrebbe tirato su oltre 5 mila euro. Un fenomeno tristemente in crescita che, in passato, ha colpito anche personaggi dello spettacolo e vip come la presentatrice sportiva Diletta Leotta e Wanda Nara, procuratrice sportiva sposata con il calciatore Mauro Icardi. Diverse le denunce presentate alle forze dell’ordine dopo la violazione di smartphone e sistemi di cloud contenenti immagini personali e intime finite nell’immenso mono del web.

Come funziona

Dopo una semplice ricerca sulle app di messaggistica, all’utente bastavano un paio di tap con il dito per ottenere, dietro pagamento, il link per accedere a questi contenitori. A quel punto, come tutti i video, bastava scaricare i file multimediali per acquisirli e averli a disposizione sul proprio smartphone. I contenuti mostravano rapporti sessuali espliciti acquisiti in rari casi in maniera legittima mentre molti video ritraevano vittime inconsapevoli, riprese da qualche ex che non si sarebbe mai rassegnato alla fine della sua relazione o che avrebbe deciso di vendicarsi per qualche strano motivo.

L’indagine coordinata a Palermo dal procuratore aggiunto Annamaria Picozzi, dal sostituto Maria Rosaria Perricone (Procura) e dal sostituto Claudia Caramanna (Procura per i minorenni) si trova ancora alle sue fasi iniziali. I diversi fascicoli, riuniti e a carico di minori, sono stati aperti per individuare i vari anelli della catena ma soprattutto chi ha messo in giro o venduto immagini. Tre le migliaia di utenti inserite nei circuiti anche un bergamasco di 29 anni che rischia un processo per il cosiddetto revenge porn (che prevede pene da 1 a 6 anni), che avrebbe utilizzato uno dei canali per vendicarsi della sua ex.

I consigli della Postale

“La migliore prevenzione - si legge sul sito del commissariato di polizia online - consiste nell’evitare di documentare la propria intimità. L’invio di foto e filmati anche al solo partner rappresenta un anello debole nella ‘catena di custodia’ di tali contenuti ed espone a eventuali ricatti o vendette. Qualora si decida di documentare i rapporti intimi, è bene tutelarsi usando dispositivi non connessi alla rete e memorizzando immagini e video su supporti esterni ben custoditi, accessibili tramite password".

Rimozione contenuti e diritto all'oblìo

“L’interessato - spiegano ancora - può chiedere ai social network di rimuovere il contenuto che lo riguarda. Qualora non sia possibile la rimozione, si può ricorrere al diritto all’oblio, eliminando la de-indicizzazione e le conseguenti attività risarcitorie, mediante dedicata richiesta all’Autorità garante per la Protezione dei dati personali. Ciò comporta che il materiale non venga eliminato dalla rete, ma rimosso dai motori di ricerca. In tal modo, senza conoscere la url esatta del contenuto, questo non sarà raggiungibile dalla mera ricerca delle parole chiave”.

In ogni caso si consiglia alle vittime del romeno di presentare tempestivamente querela perché i contenuti si diffondono velocemente sul web e, quando si ottengono i provvedimenti dell’autorità giudiziaria, il danno subìto dalla vittima rischia di essere irreparabile. Infatti le indagini dalla polizia postale sono finalizzate non soltanto a identificare e punire il responsabile del reato, ma anche a intervenire tempestivamente per far rimuovere i contenuti dal web o, quantomeno, limitarne la divulgazione massiva”.

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