Il business dei telefonini in carcere: "Nascosti in panini, patate e suole delle scarpe"

Per il gip che ha disposto 5 arresti lo smercio di smartphone all'Ucciardone coinvolge decine di persone ed è dilagante. I cellulari costano circa 400 euro e le sim vengono intestate a stranieri per pochi spiccioli: "Per chi viene scoperto sanzioni troppo blande"

Il frame di un'intercettazione: un uomo fugge dopo aver lanciato un telefonino nel cortile dell'Ucciardone

Un mercato illecito e molto fiorente quello dei telefonini in carcere. Il caso emerso all'Ucciardone, con l'inchiesta della polizia penitenziaria coordinata dal procuratore aggiunto Sergio Demontis e dal sostituto Andrea Fusco, è solo la punta di un iceberg: il giro dovrebbe essere molto più vasto, infatti, di quello che ha portato all'arresto di cinque persone, tra cui un agente penitenziario. E - come spiega il gip Piergiorgio Morosini nell'ordinanza di custodia cautelare - uno dei motivi che favorisce l'ingresso negli istituti di pena dei cellulari è che di fatto la sanzione in questi casi è molto blanda: al massimo qualche giorno di isolamento per il detenuto.

La supremazia del detenuto col telefonino 

Il giudice - che ha disposto l'arresto di Fabrizio Tre Re, della moglie, Teresa Altieri, dell'agente della penitenziaria Giuseppe Scafidi, di Rosario Di Fiore e di James Burgio - spiega che "la disponibilità di un telefono cellulare dutante il periodo di detenzione è funzionale a obiettivi criminali e a coltivare la supremazia nell'ambito dei rapporti carcerari" perché "quella disponibilità permette al detenuto di mantenere continui rapporti con il proprio ambiente esterno di provenienza e persino di continuare ad impartire disposizioni criminose da eseguire al di fuori della struttura carceraria, con ricadute assai negative sia sulla praticabilità di percorsi rieducativi (ove si tratti di condannati definitivi), sia per il soddisfacimento di eventuali esigenze cautelari per i così detti 'non definitivi', sia in generale per l'ordine pubblico".

Un fenomeno dilagante ma con sanzioni blande

Secondo il gip "in questi anni il fenomeno dell'introduzione dei telefoni cellulari all'interno del carcere è cresciuto in modo esponenziale per due motivi: uno di carattere normativo, l'altro di carattere tecnologico". Sul piano normativo perché vi sarebbe "l'assenza di una disciplina di legge adeguata, la detenzione e l'introduzione di miniphone da parte dei detenuti assume rilevanza meramente disciplinare", scrive il giudice, e si sconta "nella peggiore delle ipotesi, qualche giorno di esclusione delle attività comuni, cioè in isolamento".

Nascosti nelle scarpe o nelle cavità corporee

I miniphone poi, come si legge nell'ordinanza, "per le loro dimensioni estremamente ridotte possono essere occultati nelle suole delle scarpe quando i detenuti rientrano da un permesso esterno" e "altrettanto agevolmente nascosti nelle celle o addirittura nelle cavità corporee dei detenuti". Il fenomeno "è talmente dilagante che il Dap si è dovuto dotare di appositi scanner corporei utili al rinvenimento di miniphone".

Il mercato illecito nelle carceri

Per il giudice esiste "un mercato nelle carceri" e "miniphone e smartphone vengono venduti al prezzo di 300/400 euro o 'noleggiati' per una o più telefonate dietro pagamento di un prezzo". Quindi "i detenuti che controllano questo mercato godono di una posizione di potere, potendo decidere chi può comunicare con l'esterno e chi no". I pagamenti, spiega ancora il giudice, vengono effettuati con "ricarica di carte di credito intestate a parenti dei venditori o con la cessione di beni acquistati negli spacci interni alle carceri ai venditori".

Le sim intestate a stranieri per pochi euro

Anche le sim sono oggetto di commercio illegale, di solito, si legge nell'ordinanza, "sono intestate a stranieri, i quali, per pochi euro, forniscono le proprie generalità per consentire l'attivazione di una o più utenze" e quasi sempre sono "sim della Lycamobile, la quale ha una politica molto lassista sull'identificazione di coloro che attivano le schede".

Panini e patate imbottiti coi telefonini

L'inchiesta della Procura ha dimostrato come "l'introduzione di miniphone avviene attraverso il loro lancio dalle strade vicine, considerato che l'Ucciardone, risalente all'epoca borbonica, presenta dei muri di cinta più bassi rispetto agli istituti penitenziari moderni, e che la sua posizione nel centro abitato della città agevola l'eventuale fuga dei 'lanciatori'". I lanci sono stati peraltro filmati dalla polizia penitenziaria.
Inoltre "i telefonini vengono nella prassi occultati all'interno di patate o di panini, cioè di involucri che ne ammortizzano la caduta" e "le intercettazioni dimostrano pure che il mercato dei telefonini nella casa circondariale dell'Ucciardone coinvolge decine di soggetti dentro e fuori al carcere".

Uno smercio ostacolato dal lockdown

Infine, anche questo mercato illecito è stato colpito dall'emergenza Covid e dal lockdown: "Le restrizioni imposte in ragione dell'emergenza Covid - conclude il gip - hanno reso più difficile l'introduzione in carcere di dispositivi di comunicazione ed è in tale frangente che per portare avanti il 'mercato' dei cellulari all'interno del carcere Tre Re cerca la complicità dell'agente di polizia penitenziaria Scafidi", che sarebbe stato corrotto dal detenuto.

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