Falsi morti per truffare le assicurazioni, smantellata organizzazione: sei fermi

Sono decine le persone indagate. E' emerso un modus operandi strutturato e ben collaudato in ogni sua fase: dal reclutamento dei contraenti alla suddivisione dei proventi illecitamente ottenuti. Giro d'affari milionario. Sequestrati parcheggi e rivendite di caffè

Uno dei fermati portato in Questura

Una truffa milionaria alle assicurazioni è stata scoperta dalla polizia che stamani ha eseguito il fermo di sei persone. L'operazione è stata denominata "Lazzaro". Gli indagati sono accusati di avere compiuto frodi assicurative sulla vita. Per gli inquirenti lo scopo dell’organizzazione criminale era quello di "ottenere la liquidazione del premio assicurativo previsto a seguito della falsa e prematura morte del contraente attraverso la predisposizione di documentazione falsa attestate la morte dei contraenti e successivamente l’acquisizione, il consolidamento e il sistematico investimento dei proventi delle frodi con plurime operazioni di riciclaggio e autoriciclaggio in attività commerciali loro direttamente o indirettamente riconducibili".

L'arrivo dei fermati in Questura | Video

Giro d'affari milionario

Le indagini hanno permesso di accertare la realizzazione di almeno 20 truffe assicurative, per un giro d’affari di circa 2.700.000 euro. A questi si aggiungono, inoltre, i premi assicurativi in procinto di essere liquidati a seguito della dichiarazione di morte di alcuni sodali, per un totale ammontante a circa 5 milioni.

L'elenco dei beni sequestrati

Come agiva l'organizzazione

Gli inquirenti hanno ricostruito un modus operandi strutturato e ben collaudato in ogni sua fase: dal reclutamento dei contraenti e dei falsi morti alla gestione e suddivisione dei proventi illecitamente ottenuti dalle compagnie assicuratrici truffate. Questo lo schema adottato: "il soggetto prescelto come il falso morto - spiegano dalla polizia -  era nella maggior parte dei casi connesso ai vertici dell’associazione da rapporti di conoscenza pregressa spesso lavorativa e contraeva una o più polizze assicurative sulla vita, indicando in essa come beneficiario, nella maggior parte dei casi, il proprio convivente, un parente o un altro membro del gruppo criminale. Dopo la corresponsione da parte dell’assicurato di pochissime rate mensili relative al premio assicurativo, attraverso la produzione agli uffici delle poste e/o compagnie assicuratrici preposti alla stipula di tali contratti di documenti volti ad attestare il falso decesso dei soggetti contraenti, il beneficiario indicato nella polizza richiedeva illegittimamente il riscatto del premio assicurativo e otteneva l’intera somma prevista, che successivamente veniva movimentata mediante complesse operazioni coinvolgenti svariati conti correnti".  

Ciò avveniva attraverso un sistema di accrediti e successivi prelievi emerso dall’indagine di carattere patrimoniale sui conti corrente dei beneficiari dei premi, ma anche attraverso le successive attività di intercettazione telefoniche.

Il gruppo aveva realizzato un sistema molto complesso anche in ordine alla presentazione della documentazione a corredo della dichiarazione di morte del contraente. La documentazione prodotta era sempre la stessa: il certificato di morte completo in ogni suo dettaglio; l’esibizione della scheda di bordo relativa all’intervento del servizio 118 con l’indicazione precisa dei medici e del personale intervenuto che attesta il decesso. In alcuni casi l’inserimento tra la documentazione della scheda Istat di morte, avente un numero di protocollo, rilasciata dall’Unità Sanitaria Provinciale di Palermo. La relazione del medico curante, corredata da timbro e numero di registro regionale, era idonea a ingenerare nelle compagnie assicurative l’esistenza di atti pubblici originali attestanti effettivamente la morte del contraente.

Le menti della truffa

Le indagini, svolte dalla Squadra Mobile, hanno portato alla luce l’esistenza di una struttura associativa con un vertice ritenuto capace di "ideare, progettare e orchestrare le diverse e complicate fasi dell’intero iter criminale". 

Per l'accusa i capi sono Danilo Di Mattei, Giuseppe Tantillo  e Calogero Santi Frenna (con precedenti di polizia). Per la polizia "i tre muovevano le fila del sistema criminale posto in essere gestendo la fase propedeutica di scelta dei soggetti da coinvolgere; accompagnavano spesso i 'futuri morti' per la stipula di uno o più contratti assicurativi; decidevano il momento in cui doveva procedersi alla dichiarazione di morte del falso defunto; curavano la fase di creazione materiale degli atti falsi da presentare alle compagnie che attestassero la morte del contrente e permettessero così la liquidazione del premio assicurativo; e poi si occupavano della accensione di conti corrente da parte dei beneficiari, per la ricezione del premio; determinavano le quote associative da distribuire a seguito dell’ottenimento del premio assicurativo".

Ai fratelli Salvatore e Agostino Patti e a Salvatore Rini viene attribuito il ruolo di "organizzatori della consorteria criminale" perchè "provvedevano sia a fungere da beneficiari e finti deceduti di alcuni contratti assicurativi e si occupavano  della fase di smistamento delle somme accreditate dalle compagnie assicuratrici attraverso innumerevoli movimentazioni di denaro e prelievi in contanti volti ad ostacolare la tracciabilità delle somme indebitamente ottenute".

Squadra mobile questura sera notte-2

I complici

Sono decine le persone indagate. Attorno all'organizzazione, secondo gli inquirenti, ruotavano persone che si prestavano a "rivestire il ruolo di beneficiari o di finti morti, prelevando le somme accreditate su carte postepay a loro intestate, smistando le somme con successive operazioni di accrediti a terzi o di prelievi di contante. Si tratta di soggetti a disposizione dell’associazione che, se pur formalmente morti per le compagnie assicurative, continuavano a svolgere normalmente la loro vita lavorativa e personale. Nello statuto della consorteria criminale, di difficile penetrazione investigativa, emergono numerosi delitti di riciclaggio ed autoriciclaggio".

Come venivano utilizzati i soldi

Di Mattei è anche ritenuto responsabile di episodi di autoriciclaggio "per avere investito parte dei proventi illeciti delle truffe sia nelle attività imprenditoriali concernenti locali immobili adibiti a parcheggio e autorimessa per vetture in alcune delle più importati vie del centro cittadino, intestate formalmente all’ prestanomi, sia nell’acquisto di immobili".

Anche i Patti e Rini per l'accusa "si sono resi responsabili di numerose operazioni di riciclaggio mediante il sistematico prelievo di ingenti somme di denaro contante che venivano rapidamente 'fatte sparire' dai loro conti correnti una volta ricevute le liquidazioni dalle assicurazioni per essere redistribuiti a favore della compagine delinquenziale. Parimenti T. L. e F.N. risultano gravati da numerosi gravi indizi circa delitti di autoriciclaggio, per avere reinvestito parte dei proventi delle truffe in attivita commerciali da loro gestite sempre attraverso prestanomi".

I beni sequestrati

Oltre all'esecuzione dei provvedimenti di fermo, la polizia ha sequestrato beni mobili e immobili nonché numerose attività commerciali, valori e utilità economiche di considerevole entità, "riconducibili sia ai delitti di riciclaggio ed auto riciclaggio sia riferibili direttamente o indirettamente a soggetti con redditi formali di gran lunga inferiori alle loro effettive capacità economiche tanto da figurare quasi come soggetti impossidenti". Si tratta, in particolare di esercizi di autorimessa e parcheggio, esercizi di vendita di prodotti alimentari ed affini, quote di beni immobili, ai quali va aggiunto il sequestro di svariati conti correnti utilizzati per le complesse operazioni di riciclaggio.

Articolo aggiornato il 7 ottobre 2020 alle ore 7,55, alle 8,27 e alle 10.15 // Aggiunti i particolari dell'operazione
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