Sabato, 31 Luglio 2021
Cronaca

Trattativa Stato-mafia, i pm: "Fu Provenzano a 'vendere' Riina ai carabinieri"

Secondo il pm Vittorio Teresi l'arresto del Capo dei capi e la mancata perquisizione del covo di via Bernini furono frutto di "un compromesso vergognoso, noto solo a poche persone tra cui gli imputati Mario Mori, Giuseppe De Donno e Antonio Subranni"

L'arresto di Riina - foto ANSA/FRANCO CUFARI

"Possiamo affermare che l'arresto del boss Salvatore Riina e la mancata perquisizione del covo di via Bernini sono il frutto di un compromesso vergognoso, noto solo a poche persone tra cui gli odierni imputati Mario Mori, Giuseppe De Donno e Antonio Subranni". Questo quanto sostenuto dal pm Vittorio Teresi, proseguendo la requisitoria al processo sulla trattativa tra Stato e mafia.

Parlando davanti alla Corte d'assise, presieduta da Alfredo Montalto, la pubblica accusa (in aula anche Roberto Tartaglia e i sostituti della Procura nazionale antimafia Nino Di Matteo e Francesco Del Bene) ha spiegato che "il dialogo e la trattativa portata avanti dal Ros è un segreto sigillato e conosciuto da pochissime persone. Non ne furono partecipi - ha proseguito - le istituzioni e i magistrati che indagavano sulla criminalità organizzata e che sostenevano quella linea della fermezza secondo la quale non si poteva scendere a compromessi con Cosa nostra".

La cattura del boss corleonese come snodo della seconda fase della trattativa tra parte delle istituzioni e la mafia è stato al centro dell'udienza odierna del processo sulla cosiddetta "trattativa", dedicata alla prosecuzione della requisitoria della Procura. Teresi ha ripercorso le fasi dell'arresto del padrino, finito in manette dopo decenni di latitanza il 15 gennaio del 1993. Secondo quanto prospetta l'ipotesi accusatoria Riina venne "consegnato" ai carabinieri dall'ala di Cosa nostra vicina a Bernardo Provenzano. Riina, con cui i militari del Ros imputati al processo avevano intavolato un dialogo finalizzato a far cessare le stragi, era ritenuto un "interlocutore" troppo intransigente. Perciò gli si sarebbe preferito Provenzano, fautore della linea della sommersione, e lontano dall'idea del "papello", l'ultimatum che Riina avrebbe presentato allo Stato tramite i carabinieri.

Provenzano dunque, dopo le stragi del '92, sarebbe entrato in gioco e avrebbe consentito la cattura del compaesano con la complicità del Ros pretendendo, tra l'altro, che il covo del capomafia "venduto" non fosse perquisito. "Era chiaro che tutto questo doveva essere tenuto segreto - ha spiegato Teresi - e dopo la cattura di Riina e l'uscita di scena anche di Ciancimino le linee dell'accordo sono chiare e si passa ai fatti". "Così come per i carabinieri è fondamentale mantenere il segreto sulla cattura di Riina - ha aggiunto il magistrato - altrettanto è importante, per la mafia, che nulla trapeli sul fatto". Secondo il pm - a stragi avvenute - fino al 15 gennaio 1993 gli assetti interni a Cosa nostra sembravano armonici ma, in realtà, vi era insoddisfazione e una spaccatura profonda.

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