Quando Totò Riina fu arrestato: "In carcere le guardie gli urlavano 'Stai zitto, prigioniero'"

E' quanto racconta in un verbale del 20 settembre 2012 il magistrato Piercamillo Davigo. La difesa di Mario Mori chiede adesso di acquisire questo retroscena nel processo d'appello sulla trattativa tra Stato e mafia a Palermo

Quando il boss mafioso Totò Riina, dopo l'arresto avvenuto il 15 gennaio 1993, si rivolgeva al personale penitenziario, gli agenti gli rispondevano: "Taci, prigioniero!". E' quanto racconta, in un verbale del 20 settembre 2012, il magistrato Piercamillo Davigo. Il giudice dice di averlo appreso da Francesco Di Maggio, l'ex vice capo del Dap dal giugno 1993 fino al 1994. La difesa di Mario Mori chiede adesso di acquisirlo nel processo d'appello sulla trattativa tra Stato e mafia a Palermo.

Alla domande dei pm su quali fossero i rapporti con Francesco Di Maggio, Davigo spiega: "Un volta mi parlò di avere creato una squadra di agenti di Polizia penitenziaria Barbaricini per sorvegliare Riina e mi fece una battuta - dice - quando Riina gli rivolge la parola gli dicono: 'Taci, prigioniero!'. Mi rimase impressa questa cosa ma non mi disse mai null'altro della sua attività. Tra l'altro, appunto era, anche questo era assolutamente in linea con l'idea che io avevo di lui, per cui quando ho letto sui giornali queste notizie sono rimasto assolutamente sorpreso perché continuo a ritenere del tutto inverosimile che lui possa avere avuto parte a una cosa di questo genere perché è così lontana dal suo modo di essere che... perché era un soggetto per certi versi molto simile a me, poco incline alla mediazione". Ma non gli avrebbe mai parlato di "revoche, di mancate proroghe del 41 bis". 

Dal verbale del settembre 2012 emerge anche "nel periodo dell'inchiesta Mani Pulite l'allora pm Piercamillo Davigo riteneva la Procura di Brescia, che si occupava per competenza territoriale dei procedimenti a carico dei magistrati, "approssimativa" e persino "divertente". Davigo, parlando del periodo trascorso alla Procura di Milano, nel periodo di Mani Pulite, dice: "Si viene accusati di tutto e del contrario di tutto, ma frequentemente ero sottoposto con i miei colleghi a procedimento penale innanzi all'Autorità giudiziaria di Brescia per reati che andavano dall'abuso di ufficio all'attentato ad organi costituzionali. Sono riuscito a non perdere il buon umore anche perché trovavo assolutamente divertenti e attività della Procura di Brescia anche per, se mi è consentito dirlo, per l'approsimazione giuridica con cui venivano condotte". E spiega "un caso per tutti": "Essendo stato sottoposto per due anni a procedimento penale per attentato agli organi costituzionali, a termini scaduti credo o comunque in scadenza, hanno sentito l'ex ministro Maroni che gli ha spiegato che il primo governo Berlusconi non è caduto per il processo ma perché la Lega aveva ritirato l'appoggio. Allora hanno chiesto l'archiviazione dicendo che siccome il governo Berlusconi non era caduto per il processo non c'era l'attentato agli organi costituzionali, mostrando di non sapere che in un delitto di attentato è irrilevante che si verifichi l'evento e che comunque secondo loro, devo ritenere se invece fosse caduto per il processo, ci sarebbe stato, non ponendosi il problema della doverosità degli atti, quindi una cosa davvero curiosa".

E sempre nel verbale del 20 settembre 2012 viene fuori un altro particolare interessante. Ovvero che le impronte di Alberto Di Pisa, il magistrato palermitano accusato di essere il 'Corvo' del Palazzo di giustizia e poi assolto da ogni accusa, nel 1989 furono al centro di un litigio tra Piercamillo Davigo, allora pm e oggi consigliere del Csm, e Francesco Di Maggio, amico e magistrato che faceva parte delpool dell'Alto Commissariato per la Lotta alla mafia diretto da Domenico Sica.

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Davigo nel verbale, sentito dai pm Antonio Ingroia, Lia Sava e Antonino Di Matteo, oggi con lui al Csm, parla dei suoi rapporti con Francesco Di Maggio, che nel 1993 fu nominato dall'allora ministro della Giustizia Giovanni Conso vicedirettore del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Ma cosa disse Davigo nel verbale? "Quando ci fu la vicenda relativa a Di Pisa in cui Sica prelevò le impronte sul bicchiere, o sulla tazzina che fosse non me lo ricordo più, avendo invitato Di Pisa, dissi che trovavo quella cosa inaccettabile - dice Davigo ai magistrati - Che si trattava di attività di Polizia giudiziaria e che un organo amministrativo non lo poteva fare. Il risultato è stato che alla fine sono state ritenute inutilizzabili quelle cose e che Di Pisa venne assolto". Il riferimento è alla vicenda del 'Corvo'. Il giudice Alberto Di Pisa fu prima condannato, nel 1992, in primo grado e poi, due anni dopo, assolto da tutte le accuse. Sica disse che l'impronta digitale lasciata su uno dei messaggi anonimi di accuse inviati ai magistrati Falcone, Giuseppe Ayala e Pietro Giammanco, al capo della polizia Vincenzo Parisi e al questore Gianni De Gennaro fosse proprio di Di Pisa.

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