Libri intrisi di cocaina, ecco come la droga dal Sud America arrivava a Palermo

I retroscena delle operazioni che hanno portato all'arresto di 19 persone. Il ruolo del carinese Alessandro Bono - che faceva da tramite con i narcos di Venezuela, Ecuador e Colombia - e i contatti con ‘Ndrangheta e Camorra. Quella volta che il "carico" venne smarrito: "Na misero no c..."

La cocaina nascosta tra i listoni del parquet

In circa due anni d’indagini sono stati sequestrati oltre trenta chili di cocaina, con un tasso di purezza fino al 90%, che dal Sud America arrivava tra Palermo e Carini o nel Trapanese passando per la Campania o la Calabria. E per trasportarla l’organizzazione criminale sgominata nella retata della scorsa notte utilizzava i metodi più disparati, nascondendola nelle pedane di legno utilizzate per alcune forniture di parquet, dentro i macinacaffè o attraverso dei libri le cui pagine venivano intrise di stupefacente da ricavare attraverso processi chimici. Questi sono solo alcuni dei retroscena delle operazioni “Cinisaro” e “Meltemi” che hanno visto coinvolti gli agenti del Goa della guardia di finanza e della sezione Narcotici della Squadra Mobile della polizia, al termine delle quali sono stati arrestati in diciannove.

Retata antidroga, 19 arresti: i nomi

Il signore della droga

Fra i tredici per i quali il gip del tribunale di Palermo ha stabilito la detenzione in carcere c’è Alessandro Bono (nella foto in mezzo), pregiudicato 38enne di Carini, ritenuto uomo chiave nel traffico di cocaina sia dalla guardia di finanza che dalla polizia, le cui strade si sono incrociate proprio durante le investigazioni. Tra intercettazioni e appostamenti le forze dell’ordine hanno ricostruito l’organigramma criminale che poteva contare sull’attiva complicità di alcuni colombiani che fungevano da tramite con i narcos di Venezuela, Ecuador e Colombia. Da Bono si riforniva anche Giuseppe Mannino, trentenne di Carini, anche lui finito in carcere e considerato uno dei suoi intermediari. Tra gli altri palermitani finiti dietro le sbarre Giuseppe Filippone (42 anni), Francesco Tarantino (32) e Salvatore Spatola (69enne di Torretta). Ai domiciliari Antonino Vaccarella (34enne palermitano), Fabio Chianchiano (52enne palermitano) e Bennj Purpura (23enne originario di Carini).

Alessandro Bono arresto

L'imbeccata della Dea alla guardia di finanza

Mentre Bovo curava i canali internazionali con l’occhio del grossista, ognuno degli arrestati aveva compiti ben precisi: Tarantino prendeva la droga per rivenderla dalla sua zona, Borgo Nuovo; Fabio Chianchiano, condannato in un altro processo per l’omicidio Mazzè, comprava partite di cocaina da smerciare allo Zen. “Lo abbiamo intercettato - spiega il funzionario della Mobile Agatino Emanuele - mentre si lamentava sia della qualità che del prezzo dello stupefacente. Al telefono parlava di ‘Maria’ che in realtà era il corriere Mario La Vardera (arrestato in flagranza di reato nel 2014 e condannato a 4 anni, ndr)”. A rifornirsi da Bono ci sarebbero stati anche Filippone e Spatola, destinatari di un macinacaffè spedito dalla Colombia e contenente oltre 100 grammi di “pasta di cocaina”. Le indagini della finanza, nate in alcuni casi dagli spunti investigativi forniti dalla Dea americana, hanno evidenziato il coinvolgimento di alcuni “soggetti noti”: “Notiamo che spesso e volentieri ci sono sempre le stesse persone dietro questi business. Fatichiamo un po’ a fermarli - spiega il comandante della guardia di finanza Giuseppe Campobasso - ma alla fine ci riusciamo”.

La cocaina nascosta tra le caffettiere, le intercettazioni | video

I contatti con ‘Ndrangheta e Camorra

Lungo la strada “percorsa” per importare in Italia la cocaina c’erano diversi contatti calabresi e campani, non legati ma vicini a ‘Ndrangheta e Camorra, i quali sfruttavano corriere incensurati per fare viaggiare lungo la Salerno-Reggio Calabria chili di cocaina. Come nell’episodio in cui è stato arrestato Carmelo Cutrì, allora 28enne e incensurato, fermato a bordo della sua Fiat Panda con due chili di stupefacente. Ma le tecniche utilizzate non finiscono qui. Nel maggio 2015 la polizia e i colleghi della frontiera presso l’agenzia delle dogane di Roma hanno intercettato un carico arrivato dal Costa Rica e nascosto nell’imballaggio di un carico di parquet. Le forze dell’ordine hanno svuotato il reale contenuto, ovvero 4,5 chili di cocaina che “tagliata” e venduta sul mercato avrebbe fruttato circa 2 milioni di euro, permettendo al corriere di portare il pacco a Mazara del Vallo e verificare chi lo avrebbe recuperato. Poi il messaggio tramite chat su Blackberry: “Tutto ok merce sdogan x il ritiro domani”.

La droga smarrita

A recuperare la merce sono andati Bono e Salvatore Faraci, convinti che lo stupefacente fosse nei listelli di legno e non nella pedane lasciate in un magazzino. “Niente, ho fatto una cazzata”, diceva Bono a Faraci. “Che è successo?”. “Ho lasciato quella cosa là, la pedana”, continuava il trafficante di Carini. “O mamma mia! Chiamo a Peppe, chiamo a Peppe e gliela faccio prendere di corsa”. Ma nell’imballaggio, dopo un controllo, non c’era niente. Quindi i primi sospetti e le telefonate all’Aeroservizi di Roma: “Io aspettavo un carico che era 171 chili, invece il trasportatore quando l’hanno pesata, la merce pesava 158 chili, come mai?”. Poi un altro messaggio per segnalare a Bono che la pedana sarebbe stata buona “solo per arrostire”: “…frate un pensiero lo faccio, ma mica (h)anno saputo che doveva finire dalle nostri parti e na misero no c…. Quelle merde”.

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Coca express dal Sud America, l'uscita degli arrestati

"Nessun contatto con la mafia"

“Abbiamo fatto numerosi sequestri di droga, anche a Milano e Roma, individuando in Bono un grossista di cocaina. Con la sua capacità trasversale di trovare canali di approvvigionamento diversi - spiega Rodolfo Ruperti, capo della Squadra Mobile palermitana - e creare mercati paralleli, riusciva a rifornirsi dal Sud America e anche tramite i calabresi”. Dalle indagini, culminate nella ordinanza firmata dal giudice Marco Gaeta su richiesta dei pm Salvatore De Luca e Maurizio Agnello, non sono emersi contatti diretti con la criminalità organizzata. “Tutti i soggetti che si interfacciavano con i palermitani - conclude Ruperti - sono tutti vicini a quelle che sono le famiglie di mafia del Sud Italia”. Un dettaglio che non ha permesso di contestare agli indagati il reato previsto dal 416 bis del codice penale: “Ad ogni modo - ha dichiarato il colonnello della guardia di finanza Francesco Mazzotta - il giudice ha riconosciuto l’associazione criminale permanente, circostanza divenuta ormai difficile, per cui al termine del processo potrebbero ricevere pene anche più pesanti”.

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