Martedì, 27 Luglio 2021
Cronaca

Oro riciclato e kalashnikov: quegli incroci pericolosi tra i palermitani e il Kosovo

I retroscena dell'operazione dei carabinieri (17 fermi). Emersi contatti con un'organizzazione criminale balcanica e i membri del gruppo paramilitare albanese "Nuovo Uck". Tra le accuse anche traffico di clandestini e riciclaggio di soldi e preziosi

Un bambino imbraccia un kalashnikov

Associazione per delinquere a carattere transnazionale dedita al traffico di clandestini sulla tratta balcanica, al traffico di armi e al riciclaggio di denaro e preziosi. L'operazione messa a segno all'alba dai carabinieri ha messo in luce gli incroci pericolosi tra la mafia palermitana con un'organizzazione criminale balcanica e con i membri del gruppo paramilitare albanese “Nuovo Uck”, per la cessione di armi da guerra. Un triangolo tra Palermo, la Germania e il Kosovo che oggi ha portato al fermo di 17 persone. Cinque di loro sono palermitane: Giuseppe Giuseppe, 60 anni, Francesco Tinnirello (54), Salvatore Morello (31), Gabriele Torres (30) e Dario Vitellaro (43). Emersi anche dei contatti con Cosa nostra catanese.

Tutto è iniziato nel dicembre del 2016, quando i carabinieri hanno iniziato a monitorare Fatmir Ljatifi, macedone, uno dei personaggi chiave dell'inchiesta. L'uomo - da tempo residente a Bolognetta - aveva contatti con Giangrosso ed era stato posto “sotto osservazione”. Gli investigatori infatti avevano sospettato che Ljatifi trafficasse armi dall’area balcanica, riciclasse denaro provento di rapine e immettesse nel mercato italiano valuta estera di provenienza illecita.

Indagando sui due i carabinieri si sono trovati di fronte uno scenario di respiro internazionale. Da qui gli approfondimenti tecnici che hanno fatto decollare l'inchiesta. E' nata un'attività di cooperazione internazionale di polizia e giudiziaria con le autorità svizzere, tedesche, macedoni e kosovare che hanno consentito di documentare l’interesse del sodalizio criminale in vari settori come il traffico di clandestini. "E' emerso il ruolo due distinte strutture criminali, finalizzate al favoreggiamento dell’ingresso clandestino in territorio nazionale e in altri paesi dell’Unione Europea, di un numero indeterminato di persone tutte provenienti dall’area balcanica in cambio di denaro", dicono i carabinieri.

La prima era diretta da un gruppo di kosovari, alcuni dei quali si erano ormai stanziali in Italia. La seconda, la cui nascita è stata documentata “in diretta” dalle investigazioni, è risultata formata invece dai palermitani Giangrosso e Vitellaro e dai macedoni Ljatifi e Dzemilj Dzaferi. In relazione al gruppo palermitano - gestito a Palermo da Ljatifi e Giangrosso - è emerso che i due avevano costituito un’associazione per delinquere finalizzata a reclutare cittadini slavi da far entrare in Italia per motivi di lavoro, palesemente fittizi. Per questo avevano contattato Dario Vitellaro, pregiudicato, recandosi nella sua abitazione mentre il palermitano era agli arresti domiciliari. "Vitellaro - dicono i carabinieri - ha fornito la sua disponibilità a trovare una società compiacente in grado di assumere fittiziamente gli stranieri per consentire loro di ottenere un permesso di soggiorno per motivi di lavoro e, di conseguenza, ottenuti i documenti, permettere agli stranieri di trasferirsi in altri stati dell’Unione Europea".

Nel corso delle indagini è venuto fuori che Ljatifi si era occupato di commerciare armi da guerra. Infatti, è stato documentato che l’indagato era in possesso di armi corte e lunghe da guerra (kalashnikov) nonché di alcune bombe, parte delle quali recentemente vendute nell'area balcanica. Uno degli acquirenti è ricercato dalle autorità macedoni: farebbe parte del gruppo paramilitare Nuovo Uck, protagonista di un sanguinoso attacco armato nel 2015 nella cittadina macedone di Kumanovo. Una circostanza che testimonia tutta la pericolosità della struttura criminale e di Ljatifi in particolare. Quest'ultimo lo scorso 4 novembre - di rientro dal Kosovo - era stato fermato dai carabinieri nei pressi dello svincolo autostradale di Villabate. "In quel caso furono sequestrati i telefoni cellullari e le schede sim del macedone - dicono i carabinieri -. Gli esiti della perquisizione consentirono di effettuare significativi riscontri in relazione al traffico di armi ed al riciclaggio di diamanti e di soldi provento di furti e rapine. Furono ritrovati numerosi documenti informatici riguardo ai contatti intrattenuti da Ljatifi in terra balcanica, nonché immagini e video che ritraevano i diamanti oggetto della trattativa, il danaro macchiato di inchiostro e le armi commerciate all’estero dal macedone".

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Le indagini hanno anche dimostrato che Ljatifi e Giangrosso sono stati gli ispiratori di una fitta rete di affari, finalizzati a riciclare ingenti capitali illeciti. I due avevano costituito un’associazione per delinquere, convogliando attorno a sé varie persone con il comune intento di radicarsi stabilmente per dedicarsi al riciclaggio transnazionale di soldi provento da furti e rapine a bancomat (coinvolti anche i palermitani Tinnirello, Morello e Torres) e da movimentare attraverso canali bancari, ma anche oro provento di delitti contro il patrimonio e diamanti di provenienza illecita. 

Grazie all’utilizzo di reagenti chimici il gruppo aveva trovato il modo di smacchiare le banconote di provenienza illecita. L’azione dei prodotti chimici utilizzati avrebbe avuto però come conseguenza il danneggiamento degli ologrammi impressi sulle banconote, rendendone, quindi, necessaria la sostituzione. Ljatifi si sarebbe fornito di ologrammi a Napoli - dicono i carabinieri - dove però al momento il canale di fornitura parrebbe essersi interrotto. Da qui la necessità di trovare altri ologrammi e cercari nuovi canali attraverso un viaggio in Macedonia nel 2017. Vennero coinvolti Tinnirello, Morello e Torres con il compito di trovare ingenti quantitativi di ologrammi, necessari a riciclare alcuni milioni di euro in banconote, già smacchiate e tuttora custodite in area balcanica".

Un'altra banda che aveva al suo interno anche Giangrosso invece aveva creato, utilizzando sofisticate procedure finanziarie, una struttura criminale finalizzata a riciclare ingenti liquidità provenienti da Hong Kong, da far transitare in conti bancari italiani ed europei, per essere riciclati. Oltre al traffico di diamanti, il gruppo criminale si era distinto anche nel riciclaggio dell’oro. Driton Rexhepi - uno dei kosovari coinvolti nell'operazione di oggi - attraverso la complicità di Ljatifi si era adoperato per riciclare 10 chilogrammi di oro, in parte già fuso in lingotti e in parte ancora composto da monili, provento di furti e rapine e custodito, in una località in provincia di Sondrio. Là infatti Rexhepi era in contatto con un gruppo di italiani e slavi dediti in maniera sistematica a questo tipo di reati: l'uomo era riuscito a ricollocare l’oro anche a Palermo, attraverso il "lavoro" di Giangrosso e Ljatifi.

"Quello di oggi - dice il comandante provinciale dei carabinieri Antonio Di Stasio - costituisce un importante risultato operativo. In primis, i vertici della struttura criminale oggi sgominata, operanti nella provincia di Palermo, hanno dimostrato di possedere concrete e pericolosissime capacità di relazione con cosa nostra e con pericolosi elementi legati al gruppo paramilitare denominato Nuovo Uck. Questa circostanza, accertata nel corso delle indagini, ha costituito l’elemento più allarmante e degno di approfondimento. Inoltre, mi preme evidenziare come, ancora una volta, da un input informativo proveniente da una stazione dei carabinieri si sia poi sviluppata, in sinergia con i reparti info-investigativi dell’Arma, un’indagine transnazionale che ha permesso di portare alla luce un’associazione per delinquere dai molteplici interessi criminali: dal traffico di clandestini al riciclaggio di danaro, dai diamanti alle armi da guerra. La stazione dei carabinieri - quale secolare caposaldo della struttura territoriale dell’Arma ed efficace presidio di legalità e controllo del territorio - costituisce punto di riferimento per recepire e sostenere le istanze del cittadino. Ancora, altro dato che vorrei rimarcare, è il perfetto coordinamento tra l’Arma e le forze di polizia e le magistrature straniere (cui rinnovo la mia gratitudine) che hanno collaborato lungo tutto lo sviluppo dell’indagine al fianco dei carabinieri di Palermo, costituendo fattore determinante per il risultato operativo conseguito. Ringrazio, infine, i miei carabinieri per la professionalità dimostrata e per la capacità di adattarsi alle molteplici situazioni operative e territoriali".

Ecco i nomi degli indagati sottoposti a fermo:

Fatmir Ljatifi, nato a Skopje (Macedonia) 47 anni, residente a Bolognetta;
Franco Mapelli, nato a Gravedona (Como) 48 anni
Tiziano Moreno Mapelli, nato a Bellano (Como), 52 anni, residente a Dongo (Como)
Giuseppe Giangrosso, nato a Roccamena (PA), 61 anni, residente a Cruillas
Francesco Tinnirello, nato a Palermo, 44 anni, residente a San Lorenzo
Salvatore Morello, nato a Palermo, 29 anni, residente a Bolognetta
Gabirele Torres, nato a Palermo, 30 anni, residente a Partanna-Mondello
Dario Vitellaro, nato a Palermo, 43 anni, residente ad Altarello
Luan Dobjani, nato a Cavaje (Albania), 35 anni, dimorante a Pravisdomini (Pordenone)
Xhemshit Vershevci, nato a Sllkoc (Kosovo), 47 anni, residente a Delebio (Sondrio)


 

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