Cronaca

"Pestaggi, umiliazioni e torture in carcere", c'è anche un ispettore palermitano tra gli arrestati

Nell'inchiesta sulle violenze nel penitenziario di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta, spunta il nome di Alessandro Biondi, 56 anni, coordinatore della sorveglianza generale nella struttura. Avrebbe organizzato e partecipato ai maltrattamenti e anche falsificato degli atti. E' finito in cella

I detenuti inginocchiati nel carcere di Santa Maria Capua a Vetere

"Lo Stato sono io, oggi comando io e appartieni a me!", è una delle frasi dette ai detenuti del carcere di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta, durante i pestaggi e le torture avvenuti il 6 aprile dell'anno scorso. C'è anche un palermitano tra i 29 appartenenti alla polizia penitenziaria finiti in carcere (74 sono ai domiciliari, 14 a piede libero, ma si arriverebbe complessivamente a 283 indagati) su disposizione del gip campano, Sergio Enea. Secondo la Procura, avrebbero organizzato e partecipato alla violentissima rappresaglia contro i reclusi, che avrebbero dovuto essere "puniti" per la protesta e i disordini del giorno precedente, con cui avevano reclamato - nella fase più critica dell'emergenza sanitaria - mascherine e dispositivi di sicurezza contro il Covid. Un inferno e una macelleria che sarebbero durati per almeno quattro ore, con manganellate, calci, pugni, insulti, sputi e costringendo i detenuti a stare in piedi o in ginocchio, a spogliarsi e fare flessioni o imponendo loro la rasatura della barba e dei capelli.

L'ispettore palermitano accusato di maltrattamenti e tortura

Uno scenario atroce, in cui - come ha sottolineato anche il ministro della Giustizia, Marta Cartabia - è stata violata la Costituzione. Il palermitano finito in cella si chiama Alessandro Biondi, ha 56 anni, è un ispettore della polizia penitenziaria ed è uno dei coordinatori della sorveglianza generale nell'istituto carcerario casertano. Avrebbe preso parte con gli altri indagati alla "perquisizione straordinaria generale" nei confronti dei detenuti del reparto Nilo, ma anche a perquisizioni abusive e pestaggi.

"Dovevamo riprenderci il carcere, serviva un segnale forte" 

Come ricostruiscono gli inquirenti, l'operazione sarebbe scattata "a scopo dimostrativo, preventivo e satisfattivo, finalizzato a recuperare il controllo del carcere e appagare presunte aspettative del personale di polizia penitenziaria". Tanto che i vertici dell'amministrazione penitenziaria, indagati anche loro, l'hanno giustificata sostenendo: "Era il minimo segnale per riprendersi l'istituto" e "il personale aveva bisogno di un segnale forte e ho proceduto così". Le "aspettative" sarebbero state generate "dal mancato intervento armato a seguito della protesta organizzata dai detenuti del reparto Nilo il 5 aprile 2020", dicono i pm.

"Condotte inumane, degradanti e contrarie alla dignità e al pudore"

Nel provvedimento del gip si parla senza mezzi ternimi di "condotte violente, contrarie alla dignità ed al pudore delle persone recluse", si contestano le lesioni e la tortura, si fa riferimento a "misure di rigore non consentite dalla legge, mediante una pluralità di azioni contrarie alla dignità e al pudore, degradanti e inumane, consistite in percosse, pestaggi, lesioni - attuate a colpi di manganello, calci, schiaffi, pugni e ginocchiate, costrizioni ad inginocchiamento e prostrazione, induzione a permanere in piedi per un tempo prolungato, faccia al muro, ovvero inginocchiati al muro - e connotate da imposizione di condotte umilianti, quali, ad esempio, l'obbligo della rasatura di barba e capelli".

La "rappresaglia" contro il reparto Nilo

Il 6 aprile, come ricostruiscono i pubblici ministeri, un gruppo di detenuti sarebbe stato spostato dal reparto Nilo al reparto Danubio e sottoposto ad ogni sorta di vessazione e maltrattamento. Due reclusi in particolare avrebbero subito un trattamento "speciale", riportando lesioni giudicate guaribili in venti giorni e traumi psichici. In più, senza alcun provvedimento cautelare del direttore del carcere e senza alcuna certificazione sanitaria e controllo medico, sarebbero stati sottoposti arbitrariamente nei giorni successivi ad un illegittimo provvedimento disciplinare, con isolamento preventivo ed esclusione dalle attività comuni fino al 23 aprile. In un caso addirittura fino al 17 giugno, giorno in cui la vittima era stata poi trasferita in un altro penitenziario.

"Atti falsificati e motivati con delle calunnie"

Gli atti legati a questi provvedimenti sarebbero stati poi - secondo l'accusa - falsificati, cambiando le date e motivandoli con inesistenti episodi di resistenza ed aggressione ai danni degli agenti penitenziari, che la Procura definisce come calunnie. L'ispettore palermitano avrebbe contribuito anche a questa operazione: alcuni documenti porterebbero la sua firma. 

Botte e umiliazioni: "Sei un napoletano di merda"

Nell'ordinanza di custodia cautelare è descritto cosa sarebbe stato fatto ai detenuti che avrebbero riportato le ferite più gravi e sono passaggi che si fa fatica a leggere per la loro crudeltà. Biondi sarebbe stato presente, ad esempio, quando uno di questi reclusi sarebbe stato prelevato dalla cella numero 3 della quinta sezione, al terzo piano del reparto Nilo, trascinato lungo il corridoio, costretto a mettersi con le braccia alzate e appoggiate al muro, a spogliarsi ed eseguire delle flessioni, e poi afferrato con forza per la maglia e portato verso le scale. Qui altri agenti, ai lati delle scalinate, lo avrebbero aggredito con schiaffi al volto, pugni e calci, gli avrebbero sputato addosso e lo avrebbero insultato dicendo per esempio: "Sei un napoletano di merda". Poi sarebbe stato picchiato alla testa con i manganelli, ginocchiate, calci e pugni, tanto da iniziare a sanguinare dal naso e dalla bocca.

Detenuti lasciati senza lenzuola e cuscini: "Vi prendiamo di notte"

Il calvario della vittima si sarebbe concluso con una permanenza di circa due ore nell'area passeggio, dove altri agenti lo avrebbero insultato e minacciato: "Napoletano di merda, vi dobbiamo rompere il culo, ora non state nemmeno tranquilli quando dormite, vi veniamo a prendere di notte". Poi, con altri quattordici detenuti, l'uomo sarebbe stato posto in isolamento preventivo dal 6 all'8 aprile nel reparto Danubio, senza ricevere lenzuola, cuscini, indumenti di ricambio, senza una visita medica, necessaria alla luce delle lesioni provocate dal pestagggio e da patologie pregresse. Inoltre sarebbe stata vietata ogni forma di comunicazione con l'esterno, soprattutto con i parenti, che da una videochiamata avrebbero potuto accorgersi facilmente di quanto sarebbe accaduto nel carcere. Il detenuto era rimasto in questo regime indebitamente fino al 17 giugno, quando era stato trasferito in un altro penitenziario.

"Adesso lo Stato siamo noi, sei un porco e una latrina"

Un trattamento simile sarebbe stato riservato anche ad un altro recluso, che quando sarebbe stato prelevato dalla sua cella si sarebbe sentito dire: "Si è spezzata la corda". Poi sarebbe stato pestato da agenti in tenuta antisommossa, con casco e scudi, a colpi di manganello. "Adesso lo Stato siamo noi", così avrebbero gridato gli indagati, insultandolo anche: "Porco, sei un uomo di merda, sei una latrina, non vali niente in mezzo alla strada, ti fai comandare dai bambini, sei un porco, sono meglio di te". L'ispettore palermitano avrebbe accerchiato la vittima assieme ad altri colleghi, ordinando: "Mettiti con la faccia là vicino, tu sei un porco, un animale" e arrivando a mettergli un secchio della spazzatura in testa prima di picchiarlo ancora.

"Oggi appartieni a me, comando io"

Gli indagati si sarebbero spinti a far scrivere alla vittima il suo nome su un foglio, ma viste le condizioni in cui si sarebbe trovato, il detenuto non sarebbe stato non solo in grado di tenere la penna, ma neppure di pronunciare correttamente le parole, così sarebbe stato ulteriormente e ripetutamente schiaffeggiato. "Oggi appartieni a me, sono io che comando, sono lo Stato, comando io oggi", così gli avrebbero detto gli agenti.
 

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