menu camera rotate-device rotate-mobile facebook telegram twitter whatsapp apple googleplay
La polizia a casa di Khadiga Shabbi

La polizia a casa di Khadiga Shabbi

"Dio deve farli soffrire": contatti con l'Isis con base a Palermo

I retroscena delle indagini che inchiodano Khadiga Shabbi, ricercatrice libica considerata "cellula dormiente" vicina all'organizzazione "Ansar Al Sharia Libya". I "like" su Facebook e le minacce via telefono

Avrebbe pubblicamente istigato a commettere più delitti in materia di terrorismo, attraverso strumenti informatici o telematici. E' finita al centro di un complesso iter giudiziario, Khadiga Shabbi, la ricercatrice libica fermata a dicembre, poi rilasciata e ieri portata di nuovo in carcere. Una capillare attività di intelligence svolta attraverso il monitoraggio non solo dei luoghi di aggregazione di cittadini extracomunitari, ma anche del web. Dalle indagini è emerso che la donna fosse molto attiva su Facebook, manifestando sul social il suo interesse e la sua vicinanza alle milizie islamiche riconducibili all’Isis. Perfino con minacce esplicite a una connazionale residente a Palermo, colpevole di non aver condiviso la sua posizione ideologica. 

La donna, 45 anni, residente nel quartiere dell’Albergheria, è stata "accompagnata" al Pagliarelli dopo la decisione della Corte di Cassazione. All’epoca dei fatti la ricercatrice fu considerata “cellula dormiente” vicina all’organizzazione “Ansar Al Sharia Libya”, sostenuta economicamente con una borsa di studio dall’ambasciata libica in Italia. Iscritta al dottorato di ricerca in Scienze economiche aziendali e Statistiche della facoltà di Economia dell’Università palermitana, "la donna - spiegano dalla Questura - è legata ai ribelli dal punto di vista ideologico e ad altri soggetti, presumibilmente “foreign fighters”, presenti anche nel territorio nazionale ed europeo (Gran Bretagna, Belgio e Turchia), che, come lei, esaltano il radicalismo religioso e le milizie combattenti in Libia". 

Devi disattivare ad-block per riprodurre il video.
Play
Replay
Play Replay Pausa
Disattiva audio Disattiva audio Disattiva audio Attiva audio
Indietro di 10 secondi
Avanti di 10 secondi
Spot
Attiva schermo intero Disattiva schermo intero
Skip
Il video non può essere riprodotto: riprova più tardi.
Attendi solo un istante...
Forse potrebbe interessarti...

Una vera e propria rete di sostegno alla "causa della Jiahd" alimentata dal meccanismo dei cosiddetti “like” su Facebook, per consentire alle pagine d’area di raggiungere numeri altissimi di visibilità e la massima diffusione. Nel corso di una conversazione telefonica, tra la ricercatrice ed un’altra connazionale, la donna ha avviato una accesa discussione, criticando un commento effettuato su Facebook da un’altra studentessa libica, presente a Palermo, colpevole di avere, a loro dire, espresso un giudizio negativo su Wissam Ben Hamid, Capo della “Libia Shield One”, legata a un'organizzazione terroristica.

E quella dei "mi piace" su Facebook sarebbe, secondo l’intelligence, un’altra potente arma in mano ai terroristi per alimentare il clima di terrore e per reclutare nuovi sostenitori. Le conversazioni telefoniche intercettate hanno consentito di accertare come la donna si sia attivata nell’intento di far giungere in Italia il nipote, combattente in Libia per le milizie vicine all’Isis, per sottrarlo alla cattura da parte dell’esercito regolare libico. Nel corso di una telefonata intercettata, Khadiga Shabbi ha suggerito ad alcuni familiari, di far scappare in Tunisia il nipote, per ottenere il rilascio del visto d’ingresso per l’Italia. L'obiettivo era di iscriverlo in una scuola di italiano per stranieri, a Palermo. Suo nipote, invece, sarebbe rimasto ucciso nel corso di una operazione militare condotta dall’esercito “regolare” libico. Il 19 maggio scorso, in un post su Facebook la donna ha scritto testualmente: “Battar per favore vendicate la morte della persona più vicina al mio cuore. Loro mi hanno fatto soffrire molto, Dio deve farli soffrire”.  Insomma, su Facebook veniva annunciata vendetta: la Brigata Battar è una delle milizie islamiche, costituita da veterani di guerra che rappresentano il nocciolo duro della parte libica del Califfato.  

Khadiga Shabbi era sempre a disposizione: “So che io non posso fare nulla ma se avete bisogno di qualsiasi cosa da me,  io la farò”. 
"Da queste risultanze investigative - dicono dalla questura - emergerebbe con estrema chiarezza, che la morte del nipote, quindi, la presenza di un “martire” in famiglia, sarebbe stata una delle ragioni della sua radicalizzazione, tanto che la donna era pronta ad offrire il suo contributo ed il suo sostengo ai combattenti di Ansar Al Sharia Libya.

Argomenti
Condividi
In Evidenza
Ultime di Oggi
Potrebbe interessarti
In primo piano
Torna su

Canali

PalermoToday è in caricamento