Cronaca

Terrorismo, nuovo dietrofront: la ricercatrice libica andrà in carcere

Il gip non aveva convalidato il fermo di Kadga Shabbi, rigettando la richiesta avanzata dai pubblici ministeri. La Procura ha però fatto ricorso al tribunale del Riesame, che ha accolto l'appello

La ricercatrice libica Kadga Shabbi (45 anni), fermata pochi giorni prima di Natale con l'accusa di istigazione a delinquere in materia di reati di terrorismo, dovrà andare in carcere. Lo ha disposto il tribunale del Riesame, accogliendo l'appello della Procura. Terrorismo, i contatti della ricercatrice libica al vaglio: 5 sospettati

Si mette così fine al "braccio di ferro" tra ufficio inquirente e gip. Il giudice per le indagini preliminari non aveva convalidato il fermo e aveva rigettato la richiesta di carcere avanzata dai pubblici ministeri disponendo solo l'obbligo di dimora. La Procura aveva fatto ricorso al tribunale del Riesame, che oggi ha accolto l'appello. Secondo il titolare dell'indagine, Geri Ferrara, era "illogico" che alla ricercatrice non fosse stato impedita la comunicazione con l'esterno, visto che il reato che le si contestava veniva effettuato proprio attraverso l'uso dei social network. Al momento però la donna non dovrebbe finire in cella perché appare scontato che l'avvocato Stefano Gambino faccia ricorso in Cassazione.

La Shabi, 45 anni, è accusata di aver intrattenuto rapporti con organizzazioni integraliste, fatto loro propaganda, ricevuto materiale fotografico e video. La donna avrebbe anche tentato di far arrivare in Italia un familiare, poi morto durante gli scontri nella guerra civile libica. Sulla decisione del Riesame avranno pesato le nuove "prove" acquisite dai pm Calogero Ferrara ed Emanuele Ravaglioli. Nel pc dell'indagata sono state rinvenute una serie di immagini inneggianti alla jihad, la riproduzione di una sorta di proclama della guerra santa, guerriglieri islamici davanti a corpi ammassati in una fossa comune, il pavimento insanguinato di una stanza e la foto di un bambini kamikaze. Materiale che sarebbe stato inviato ad alcuni amici, tra cui dei militanti dell'organizzazione Ansar Al Sharia Libya, bandita dalla Nazioni Unite.

LA PERQUISIZIONE IN CASA DELLA RICERCATRICE - VIDEO.

Gli inquirenti hanno ricostruito anche la sua rete di contatti in città. Per questo 5 suoi conoscenti - un cittadino tunisino, un marocchino, due libici e una palestinese anche lei impegnata nello svolgimento di una borsa di studio all'ateneo del capoluogo dell'Isola -  si sono visti portare via dalla Digos computer, telefonini e pendrive.

Si parla di
Sullo stesso argomento

In Evidenza

Potrebbe interessarti

Terrorismo, nuovo dietrofront: la ricercatrice libica andrà in carcere

PalermoToday è in caricamento