Lunedì, 26 Luglio 2021
Cronaca

Terremoto in Messico, il racconto di un medico palermitano: "Ero in clinica, temevo crollasse tutto"

Alberto Trapassi, chirurgo che da anni vive a Città del Messico, ricorda l'orrore di quegli attimi: "Ho sentito urlare e piangere, insieme a due colleghe abbiamo aspettato la fine della scossa. Poi sono corso in una stanza, ho preso in braccio una paziente e l’ho portata giù a piedi"

Terremoto in Messico - foto Ansa

Serviranno anni per ricostruire una casa e nuovi ricordi, ma non basterà una vita per dimenticare quel rumore che porta con sé polvere e distruzione. A 24 ore dal sisma che ha devastato il Messico, che ha fatto oltre 240 morti, di cui 115 solo nella capitale, a raccontare tutto è Alberto Trapassi, chirurgo plastico palermitano emigrato a Città del Messico. “Ero in clinica, al lavoro, quando ho sentito tremare il pavimento. Ho sentito urlare e piangere insieme - racconta il medico a PalermoToday - e ho temuto per qualche secondo che crollasse l’edificio. Ho subito preso due colleghe per mano. Abbiamo aspettato la fine della scossa sotto ad una porta. Appena tutto è passato sono corso in una stanza di degenza, ho preso in braccio una paziente ricoverata e l’ho portata giù a piedi”.

E' il racconto dell’orrore di chi ce l’ha fatta e può raccontare il terremoto di magnitudo 7.1 che ha distrutto oltre 50 edifici nella capitale messicana e persino una scuola. “C’è una bambina seppellita sotto le macerie - prosegue il chirurgo -. E' viva, stanno provando a tirarla fuori”. Il terremoto che ha fatto tremare i sismografi per la seconda volta nel giro di qualche settimana avviene proprio nel giorno dell’anniversario del più violento sisma che il Messico abbia mai registrato nella sua storia e che fece oltre 5.000 morti. “Avevamo da poco rispettato il minuto di silenzio in ricordo di quelle vittime - precisa Trapassi -. Sembra che Madre Natura si sia ricordata ancora una volta di noi”.

Intanto i soccorritori, in queste ore, scavano alla ricerca di vita. Aspettano qualche gemito, persino un respiro, che tenga accesa la speranza di salvare fino all’ultima anima sepolta dal terremoto. “Si è messa in moto una grandissima macchina di soccorsi - spiega ancora il medico -. Noi abbiamo aperto la nostra clinica. Ci troviamo di fronte ad un grande ospedale e alla Croce Rossa. Stiamo canalizzando qui tutte le piccole ferite, tutti i codici bianchi e gialli. C’è un enorme flusso di pazienti feriti. Abbiamo allestito un pronto soccorso al piano terra. Lì arrivano pazienti non urgenti che hanno bisogno di suture. Oltre alle forze dell’ordine, tra le macerie, scavano anche persone in cerca dei loro cari. Spostando le macerie però si tagliano, perdono pezzi di dita e di mani. C’è un’atmosfera terribile”.

Mentre l’eco delle sirene scandisce il tempo, la solidarietà non ha stemmi né titoli. “Ogni isolato è presidiato da persone benestanti che hanno messo a disposizione le proprie auto, improvvisando pasti caldi e riparo - conclude il dottor Trapassi -. Nei supermercati non c’è più nulla e neppure nelle farmacie. Non si trova più adrenalina, né atropina, né guanti sterili. Oltre agli edifici crollati ci sono almeno 300 palazzi pericolanti. È per questo che io, con altri italiani a Città del Messico, ho fatto quadrato invitando amici a dormire a casa. Che, in questo momento, avercela ancora una casa mi sembra davvero un miracolo”. 

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