Venerdì, 30 Luglio 2021
Cronaca

Il boato fino a Palermo, i muri sbriciolati: "Terremoto del Belice, ferita aperta"

Nella notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968 la scossa devastante (alle 3.01): il Belìce non esisteva più, i soccorritori si trovarono dinanzi – quando riuscirono a raggiungere i luoghi del sisma, percorrendo strade distrutte – un paesaggio lunare, paradossale, senza vita

Un'abitazione distrutta dopo il terremoto a Partanna

Gli scatti dei fotoreporter, il primo servizio del radio giornale, i filmati degli archivi Rai. E ancora: il progetto urbanistico per Gibellina Nuova, i bozzetti dei monumenti e le opere degli artisti che, raccogliendo l’appello del sindaco Ludovico Corrao, parteciparono al tentativo di ricostruzione del territorio nel segno dell’arte. A 50 anni dal terremoto del Belìce - anniversario che domenica prossima/14 gennaio vedrà l’omaggio del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sui luoghi del dramma - la Fondazione Sant’Elia ospita a Palermo la mostra "1968/2018 Pausa Sismica. Cinquant’anni dal terremoto del Belìce. Vicende e visioni”, (28 gennaio - 13 marzo). Inaugurazione il 27 gennaio.

E riaffiorano alla memoria quei momenti tragici. Come la scossa delle 16.48: si sbriciolarono i muri di Gibellina, Menfi, Montevago, Partanna, Poggioreale, Salaparuta, Salemi, Santa Margherita e Santa Ninfa. Preludio dell'apocalisse. Nella notte, alle 2.33, un’altra scossa molto violenta si avvertì fino a Palermo e Pantelleria. Ma quella devastante, definitiva, fu alle 3.01: il Belìce non esisteva più, i soccorritori si trovarono dinanzi – quando riuscirono a raggiungere la valle del Trapanese, percorrendo strade distrutte – un paesaggio lunare, paradossale, senza vita. Tra i paesi palermitani che subirono danni ingenti ci furono anche Camporeale, Roccamena, Chiusa Sclafani e Contessa Entellina.

Il terremoto che squassò il Belìce cinquant’anni fa – nella notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968 morirono quasi 300 persone (ma il numero esatto non si saprà mai), 1000 furono i feriti e 70 mila gli sfollati - rase al suolo paesi abitati soprattutto da vecchi, donne e bambini, visto che gli uomini erano emigrati in cerca di lavoro. E portò alla luce una realtà sconosciuta, quella della Sicilia rurale e arretrata che lo Stato aveva dimenticato. Il terremoto del Belìce fu il primo grande “caso” del dopoguerra che mise a nudo l’impreparazione dei soccorritori, l’inerzia dello Stato, lo squallore dei luoghi dove ancora, nel 1976, 47 mila persone vivevano nelle baracche. Le ultime 250 furono distrutte nel 2006. Una ferita ancora aperta - come hanno sottolineato i sindaci della Valle del Belice - perché i mancati finanziamenti ancora bloccano il completamento della ricostruzione.

La mostra - curata dalla Fondazione Orestiadi e coprodotta dalla Fondazione Sant’Elia, in collaborazione con il Comune di Gibellina - va avanti per temi e sezioni che, nel loro intrecciarsi, restituiscono la complessità dell’accaduto. Si parte dalla notte del terremoto, tra il 14 e il 15 gennaio 1968: gli scatti dei fotografi - Enzo Brai, Nino Giaramidaro, Melo Minnella, Nicola Scafidi - che si precipitarono nella Valle, i primi documenti video, il periodo nelle baracche (Letizia Battaglia). Alla ricostruzione e a Gibellina Nuova è poi dedicata un’intera sezione della mostra che esplora l’urbanistica, le architetture, le sculture attraverso i modelli delle opere realizzate. 

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