La presunta rete di "talpe" a disposizione dei boss di Brancaccio, in carcere un ex poliziotto

In cella è finito Vincenzo Di Blasi. Domiciliari invece per il titolare di un'agenzia di disbrigo pratiche di via Messina Marine, Salvatore Mendola. Avrebbero fornito informazioni riservate, compreso su blitz della polizia, ai fratelli Michele e Stefano Marino, che sarebbero stati in contatto con bande di spaccaossa

Il frame di un'intercettazione

Una rete di presunte talpe che avrebbero fornito informazioni riservate ai boss di Brancaccio Stefano e Michele Marino che, secondo la Procura, avrebbero anche acquistato diverse prartiche da una banda di spaccaossa per lucrare sui finti incidenti con vittime disposte a farsi rompere braccia e gambe per simulare le ferite. Su disposizione del gip Roberto Riggio, sono finiti in carcere Vincenzo Di Blasi, ex poliziotto già condannato per lo stesso tipo di reato, e agli arresti domiciliari Salvatore Mendola, titolare di un'agenzia di disbrigo pratiche automobilistiche di via Messina Marine. Per un suo parente e dipendente, Jonathan Varrica, detto "Johnny", il giudice ha disposto solo l'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. I nomi dei tre erano già venuti fuori con il fermo del 12 novembre, in cui, sulla scorta delle indagini della squadra mobile, emergevano contatti tra mafiosi e spaccaossa. Con l'operazione erano stati arrestati proprio i fratelli Marino e, come anticipato da Palermotoday, le indagini sono state appena concluse.

La soffiata sul blitz

Le misure di oggi sono dunque un proseguimento dell'inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Salvatore De Luca e dai sostituti Daniele Sansone, Francesca Mazzocco e Alfredo Gagliardi. Secondo la ricostruzione degli investigatori, Di Blasi sarebbe stato in grado di segnalare ai Marino la presenza di telecamere e microspie, ma anche di fornire numeri di targhe e colori di auto civette utilizzate dalle forze dell'ordine. Non solo: avrebbe anche preannunciato a Stefano Marino il blitz antidroga "Tabula rasa" del 10 ottobre del 2018, consentendogli - secondo l'accusa - di sottrarsi all'arresto. In cambio delle sue preziose informazioni, Di Blasi avrebbe ricevuto mensilmente del denaro - 750 euro secondo gli inquirenti - dai Marino.

Le targhe delle auto civette

L'ex poliziotto, come veniva fuori dalle intercettazioni, avrebbe fornito i dati relativi a due autocivette: "Queste sono le targhe, Cinquecento X, unacolor panna e una bianca, stai attento – diceva a Marino – hanno preso queste macchine a noleggio, puoi vedere pure solo a uno nella macchina". Di Blasi si sarebbe anche offerto per indicare "dove sono montate punti precisi, qualche numero di telefono", appoggiandosi ad un altro collega: "Lo hanno mandato in un’altra sezione, quindi è arraggiato, era là da due mesi... significa cose fresche, era proprio là dentro!".

I presunti contatti con i Servizi

L'ex poliziotto faceva anche discorsi più inquietanti, sostenendo di poter arrivare ai Servizi. "Solo due (persone, ndr) sono e un funzionario e raccolgono informazioni – spiegava a Marino – quando c’è la cosa giusta, direttamente al presidente del Consiglio, con il ministero, non c’entra niente la squadra mobile... Chi si fida di quelli della squadra mobile, stai scherzando?". E aggiungeva che uno di questi personaggi "deve vedere e riferire quello che c’è in te, se si può fare... Se c’è il magistrato giusto, te la devi togliere questa cosa... Uscire fuori Comune, la patente, è un regalo che ti voglio fare io". 

I telefoni per le comunicazioni riservate

Secondo la Procura, Marino avrebbe potuto contare anche su dei telefoni riservati: "Devo andare a ritirare solo il telefonino", così diceva infatti il boss a Di Balsi. E, per la squadra mobile, quello stesso giorno, il 29 settembre 2018, "Marino aveva consegnato uno o più telefoni riservati da fornire al gruppo dell'ex poliziotto per le comunicazioni riservate". In un'altra conversazione Di Blasi diceva: "Può darsi che ci sono altri lavori che stanno facendo e ci sono altre telecamere, non è buono che tu lo sai?". 

"Per dare questi numeri è malleabile"

I due parlavano poi di anche di un carabiniere che era stato appena cacciato dalla sezione antidroga e che, per ripicca, sarebbe stato disponibile a fornire notizie: "Lui già per dare questi numeri di targa è malleabile”, sosteneva il boss parlando di auto civette usate dai militari. L’ex poliziotto informava poi Marino di possibili telecamere in una scuola dello Sperone: "Si deve vedere dove sono posizionate, vedi la scuola... è la 'Mattarella'". E il boss replicava: "Certo, a me interessa se c’è qualche scuola che si chiama 'Mattarella' perché questa 'Pertini' non è cosa che noi frequentiamo...". E Di Blasi avrebbe anche preannunciato qualche blitz al boss, che chiedeva: "Perciò ce ne dobbiamo andare lontano? Sarà spaccio, là sotto c’è movimento di spaccio, dove c’è la scuola, la posta...".

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L'agenzia di via Messina Marine

Nella rete di controspionaggio del boss, secondo al Procura, vi sarebbero stati anche Mendola e Varrica dai quali Stefano Marino avrebbe ottenuto informazioni su moto e macchine sospette, cioè potenzialmente delle forze dell’ordine. I due avrebbero effettuato diversi accessi abusivi alle banche dati per dare indicazioni al boss.
 

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