"Ubriaca e stuprata a turno in una villa a Mongerbino", slitta il verdetto: dubbi sul dna

I giudici vogliono risentire il medico della polizia scientifica che aveva fatto gli accertamenti che incastrerebbero gli imputati. La vicenda è controversa: la ragazza non era lucida, ha ricordi confusi e i suoi presunti aggressori hanno sempre respinto le accuse. Chi era con loro dice di non aver visto nulla

Era ubriaca e si era sentita anche male quella sera, ma quando aveva riaperto gli occhi si era ritrovata distesa su un letto in una villa di Mongerbino, con i pantaloncini slacciati e una collana rotta, in mezzo a due ragazzi. Solo gradualmente la giovane si sarebbe resa conto di essere stata violentata, un'accusa sempre respinta dai suoi presunti aggressori, Andrea D’Alcamo, 31 anni, e Pasquale Testa, di 28, per i quali il sostituto procuratore Chiara Capoluongo ha già chiesto una condanna a 8 anni di carcere ciascuno. Oggi era prevista la sentenza, ma la vicenda è così controversa che i giudici della seconda sezione del tribunale hanno deciso con un’ordinanza di risentire un testimone chiave, ovvero il medico della polizia scientifica che aveva isolato tracce di dna degli imputati sui vestiti della presunta vittima.

Il presunto stupro di gruppo risale al 24 agosto del 2013, quando la ragazza era andata a ballare con degli amici in un locale di Bagheria. Nel gruppo ci sarebbero stati anche D’Alcamo e Testa, che tuttavia la giovane conosceva solo di vista. La comitiva si era poi trasferita nella villa di Mongerbino di D’Alcamo. La ragazza era ubriaca e stava così male che i suoi amici avrebbero comprato un farmaco, le avrebbero fatto un’iniezione e l’avrebbero messa al letto. Secondo i testimoni, sarebbe rimasta da sola nella stanza con i due imputati per almeno un quarto d’ora, ma nessuno avrebbe visto cosa sarebbe accaduto all’interno.

La giovane aveva poi riaperto gli occhi e si sarebbe resa conto solo lentamente di essere stata abusata, cosa che avrebbe subito riferito a due amiche, chiedendo di essere riaccompagnata a casa. Alla fine sarebbe andata via proprio con Testa (e per la difesa questo è un dato che stride con l’ipotesi della violenza sessuale). Da lì era andata al pronto soccorso, ma i medici non avevano riscontrato segni di abusi. La Procura sostiene però che, visto lo stato di alterazione in cui si trovava la giovane, non avrebbe comunque potuto opporre alcuna resistenza.

Ad occuparsi del caso era stata la squadra mobile, che era riuscita a ricavare tracce di liquido seminale di D’Alcamo sugli abiti della vittima, ma anche un’altra traccia di dna – solo parzialmente compatibile – con quello di Testa. I due hanno però sempre negato di aver abusato della ragazza. Gli (ex) amici durante il dibattimento sono venuti poi tutti a dipingerla come una “facile”, che non si sarebbe fatta problemi ad avere rapporti sessuali con qualcuno e come una “poco di buono”. Ma - come afferma il pm - anche se fosse vero, non sarebbe comunque un elemento per autorizzare uno stupro.

D’Alcamo ha poi spiegato che avrebbe avuto un rapporto orale consenziente con la presunta vittima e che lei si sarebbe inventata le accuse solo per ripicca: lui avrebbe infatti giudicato il rapporto al di sotto delle sue aspettative e per questo la giovane si sarebbe offesa. A tal punto – questa la versione dell’imputato – da inventarsi uno stupro di gruppo. I giudici adesso vogliono sentire nuovamente il medico della Scientifica che aveva fatto gli accertamenti sul dna, una prova importante nel processo, prima di prendere una decisione.

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