Cronaca

"La mafia è entrata a casa mia", la strage ricordata da chi era bambino

Aveva 11 anni Roberto quando tornando da una giornata al mare trovò la sua abitazione distrutta. "Si camminava sui vetri. Dalle finestre solo macchine accartocciate e i ladri hanno rubato soldi e gioielli"

Un bimbo che ne sa. Cantavano i Nomadi. Già, che ne sa che tornando a casa dopo una giornata al mare può trovare la sua casa devastata dall’esplosione di un’autobomba in strada. Il suo letto cosparso di vetri e le pareti della sua stanza macchiate di sangue. Schizzi che dopo 19 anni non sono più nei muri, ma nella sua mente sì.

Roberto ha 31 anni, quasi 32. Quel maledetto 19 luglio ne aveva 11, ma lui come tutti i bambini, a chi gli chiedeva l’età rispondeva già 12. Per Roberto fino alle 22 quella era una domenica come tante. Insieme al papà, alla mamma e ai suoi fratelli più piccoli, Armando e Arianna, era stato a Lascari. Una giornata al mare con gli zii e le cugine. Una giornata passata in acqua a fare tuffi e a giocare a pallone. Una giornata finita a guardare la gabbia con dentro i suoi uccellini, “Titti” e “Fly”, schiacciata da una veranda crollata. La mafia è entrata dentro casa sua. Senza bussare. Roberto sapeva cosa era la mafia. Ne aveva sentito parlare in televisione, ma anche a scuola. La sua professoressa di Italiano in classe non faceva leggere Manzoni, Foscolo o Leopardi. Ma “Cose di Cosa Nostra”, di Giovanni Falcone. “Avrete tempo per studiare il romanzo dell’800 o la lirica”, ripeteva. “L’educazione alla legalità invece o la imparate ora o non lo farete mai più”. Qui però era diverso. Non era una tv, non era una pagina di un libro. Era la sua casa, le sue cose. La sua intimità. La mafia era entrata lì dentro.

Roberto è salito a casa con suo cugino. Papà e mamma l’avevano “abbandonato” in macchina in mezzo alla strada a pochi metri dal portone non appena capito cosa fosse successo realmente. La porta non esisteva più, dentro l’abitazione camminando non si pestavano più i mattoni: solo vetro. Dalle finestre Roberto vedeva le macchine accartocciate ancora fumanti, le serrande dei palazzi di fronte distrutte, sangue per strada, lenzuoli e una marea di poliziotti, carabinieri, vigili del fuoco. Che cercavano ancora resti umani. Come sottofondo un rumore assordante e continuo del gruppo elettrogeno che illuminava a giorno la via. Ad un certo punto si è girato a guardare suo padre. Di solito non un uomo che si lasciasse andare facilmente alle emozioni. Eppure non dimenticherà mai una frase detta allo zio: “Guarda com’è ridotto il letto della bambina!”.

Dopo un po’ si scoprì che dentro casa di Roberto non era entrata solo la mafia. Ma anche i ladri. Gioielli e soldi erano spariti. Lì Roberto ha scoperto il significato della parola “sciacallo”. L’unico sospiro di sollievo della serata di Roberto è stato quando ha visto che il suo “Nintendo”  era al suo posto. “Almeno quello l’hanno lasciato”, ha pensato. Cosa volete che sia una consolle in mezzo a tutto quello che c’era intorno. Ma un bimbo che ne sa.


 

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