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Martedì, 17 Maggio 2022
Cronaca

In carcere da innocente, scagionato dopo 3 processi: "Non fu lui a gettare 9 migranti in mare"

La storia di un giovane ivoriano accusato di aver ucciso i suoi "compagni di traversata" perché cattolici durante il viaggio dalla Libia nel 2015. Condannato a 18 anni da un giudice "sbagliato", ha trascorso più di 4 anni in cella, ma in appello si è scoperto che era minorenne e tutto è stato azzerato. Il caso si chiude dopo 7 anni

Dopo essere stato processato dal giudice "sbagliato", è stato condannato a ben 18 anni di carcere (la Procura aveva chiesto l'ergastolo) con l'accusa di aver gettato in mare 9 migranti durante la terribile traversata dalla Libia. Il motivo? Avrebbero avuto una religione diversa. Dopo aver trascorso 4 anni e 3 mesi in una cella di Pagliarelli, adesso - a 7 anni dai fatti e dopo 3 processi - è stato finalmente prosciolto "per non aver commesso il fatto". La storia di Ousmane Camara, un ivoriano che oggi ha 24 anni, è quella di una giustizia che mostra contestualmente la sua parte peggiore e, per fortuna, anche quella migliore. Un'odissea non solo in mare, ma anche tra gli uffici giudiziari.

Lo straniero, che è difeso dall'avvocato Domenico Trinceri, era arrivato a Palermo il 15 aprile del 2015. Era accalcato a bordo della carretta del mare che ad un certo punto, mentre attraversava il Mediterraneo, aveva iniziato ad imbarcare acqua e sulla quale, secondo la Procura, si sarebbe verificata anche una strage per odio razziale: almeno 9 migranti, infatti, visto che si sarebbero rifiutati di pregare Allah e non avevano lo stesso Dio, sarebbero stati buttati in acqua e uccisi, di modo che sull'imbaracazione restassero soltanto i musulmani.

Camara, che venne ritenuto uno dei responsabili di quella strage, durante l'interrogatorio davanti al gip, il 17 aprile del 2015, non solo respinse le accuse, ma disse subito di essere minorenne, scandì la sua data di nascita: 20 gennaio 1998. Nessuno gli credette e così finì recluso assieme agli adulti al Pagliarelli, senza le tutele previste per i minori, e lì restò per più di 4 anni. In primo grado, infatti, il 20 febbraio del 2017, assieme ad altri, era stato condannato a 18 anni di carcere.

Soltanto in appello, il 23 luglio del 2019, quella sentenza venne annullata dalla Corte presieduta da Mario Fontana che, accogliendo le tesi della difesa, accertò che effettivamente l'imputato, all'epoca dei fatti, non era maggiorenne. Gli atti vennero dunque trasmessi alla Procura competente, quella minorile: indagini e processo sono quindi ripartiti da zero.

Mentre il pm aveva chiesto il rinvio a giudizio del giovane, il gup del tribunale dei Minori, Maria Pina, adesso ha invece deciso di prosciogliere l'imputato, ritenendo che contro di lui non vi fosse alcun elemento per sostenere l'accusa. "Non ha commesso il fatto", questo ha sancito la sentenza. 

Il giudice scrive che la Procura "ha integralmente trascurato di confrontarsi con gli importanti elementi documentali offerti dalla difesa", in particolare la sentenza della Corte d'Assise d'Appello, diventata definitiva il 7 settembre scorso, con la quale i presunti complici del ragazzo sono stati scagionati dalla strage.

Con quel verdetto è emerso infatti che, durante "una navigazione svoltasi in condizioni umanamente insostenibili, un crescente e diffuso panico plausibilmente generato da ragioni istintuali di sopravvivenza abbia determinato risse ed episodi lesivi tra gli occupanti dell'imbarcazione e come, in siffatto convulso contesto, 'alcuni omicidi a bordo di quel gommone siano stati realmente consumati'". Tuttavia "la certezza della sussistenza del reato 'non autorizza in alcun modo l'affermazione di penale responsabilità per questo piuttosto che per quell'imputato' ove non siano acquisiti elementi realmente rassicuranti in tema di individuazione degli autori".

E il punto è proprio questo: nei confronti dei coimputati di Camara le "dichiarazioni accusatorie nei loro confronti" sono state ritenute "inaffidabili". I giudici avevano stigmatizzato la "originaria pessima qualità fattuale e procedurale delle ricognizioni già eseguite un anno prima, sia estemporaneamente nell'immediatezza del salvifico approdo a Palermo il 15 e il 16 aprile 2015, che durante il lungo incidente probatorio di circa due settimane dopo", perché erano stati usati fascicoli fotografici "mal disposti e completamente suggestivi" e gli accertamenti si erano svolti "senza l'ausilio di interpreti delle lingue africane effettivamente comprese dai dichiaranti", tanto che "i verbali non riportavano fedelmente quanto riferito dai testimoni".

Uno dei testimoni, per esempio, aveva riconosciuto "con certezza" Ousmane Camara, indicando però uno dei figuranti che erano con lui durante l'incidente probatorio. Un altro aveva persino riferito di aver visto il giovane buttare in mare due persone, salvo cambiare totalmente versione in appello. Le prove, dunque, come ha stabilito il gup non ci sono. Da qui il proscioglimento per il giovabe ivoriano.

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