Le 9 persone inghiottite dal fango a Casteldaccia, via all'udienza preliminare per il sindaco

A dicembre, oltre a Giovanni Di Giacinto, dovranno presentarsi davanti al gup anche la responsabile comunale della protezione civile e il proprietario dell'immobile abusivo in cui persero la vita anche due bambini. Per l'accusa, la strage si poteva evitare. Per altri 6 indagati è stata chiesta l'archiviazione

La villetta abusiva di contrada Dagali distrutta dal fango

Si terrà a dicembre l'udienza preliminare per la strage di Casteldaccia, in cui il 3 novembre di due anni fa, per via dell'esondazione del fiume Milicia, morirono nove persone (tra cui due bambini), travolti da un'ondata di fango alta sette metri mentre si trovavano in una villetta abusiva di contrada Dagali. A rischiare il processo sono soltanto in tre: il sindaco di Casteldaccia, Giovanni Di Giacinto, la responsabile della protezione civile del Comune, Maria De Nembo, e il proprietario dell'immobile, il palermitano Antonino Pace.

Per gli altri sei indagati - l'ex sindaco Fabio Spatafora, tre dirigenti che dal 2008 hanno guidato l'ufficio comunale per le sanatorie, i condoni edilizi, le demolizioni e l'acquisizione degli immobili abusivi al patrimonio municipale, cioè Rosalba Buglino, Alfio Tornese e Michele Cara Pitissi, nonché la moglie del proprietario della villetta, Concetta Scurria - il procuratore di Termini Imerese, Ambrogio Cartosio, ed il sostituto Carmela Romano hanno invece chiesto l'archiviazione, come anticipato da PalermoToday. Un'istanza contro la quale si sono opposte le parti civili e su cui ad oggi il gip non si è ancora pronunciato.

L'immobile che si trasformò in una trappola mortale per Francesco Rughoo, Monia, Antonio, Marco, Federico e Rachele Giordano, Nunzia Flamia, Matilde Comito e Stefania Catanzaro era stato dichiarato abusivo da tempo e, in base ad una sentenza del tribunale del 2010, avrebbe dovuto essere demolito. Invece fu preso in affitto da Giuseppe Giordano e dai suoi parenti per trascorrere i giorni festivi. Giorni per i quali, secondo l'accusa, era stata diramata anche un'allerta meteo e - da qui la richiesta di rinvio a giudizio - il Comune avrebbe dovuto attivarsi per fronteggiare l'emergenza. I periti hanno messo in luce, infatti, che l'esondazione del Milicia fu un evento eccezionale (la portata del fiume sarebbe passata nel giro di un'ora da 60 a mille metri cubi), ma la morte di nove persone avrebbe potuto essere evitata.

La difesa di Di Giacinto, rappresentata dagli avvocati Nino Zanghì e Pietro Siracusa, ha depositato un dossier sostenendo che il giorno della tragedia il Comune di Casteldaccia non avrebbe ricevuto alcuna indicazione dalla protezione civile regionale e che comunque non sarebbe stato possibile far fronte all'esondazione del fiume, visto che a provocare lo straripamento del corso d'acqua sarebbe stata "un'occlusione dell'alveo del Milica" e ben lontano dalla sua foce e da contrada Dagali, ovvero all'altezza della statale 121 dove, per lavori di ammodernamento, nel tempo sarebbero state accatastate tonnellate di detriti. Elementi che la Procura non ha preso in considerazione, ribadendo la richiesta di rinvio a giudizio.

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