Cronaca

Strage di Capaci, poliziotto non calunniò Gioacchino Genchi: assolto anche in appello

Scagionato l'assistente capo Giuseppe De Michele, palermitano oggi in servizio in Sardegna. Subito dopo l'attentato fece una relazione di servizio che poi modificò. Quando 20 anni dopo fu chiamato a spiegare quella variazione, disse che era stato il superconsulente informatico a chiederglielo. Da qui l'inchiesta e i processi

Assolto anche in appello dall'accusa di calunnia, l'assistente capo della polizia, Giuseppe De Michele, palermitano e attualmente in servizio a Cagliari. La Corte d'Appello di Caltanissetta ha infatti confermato l'innocenza dell'imputato che, secondo la Procura, avrebbe invece calunniato il superconsulente informatico, ex poliziotto e oggi avvocato, Gioacchino Genchi. I giudici hanno accolto le tesi dagli avvocati Ermanno Zancla e Paolo Grillo, che difendono De Michele.

I fatti risalgono ai giorni immediatamente successivi alla strage di Capaci, cioè alla fine di maggio del 1992. De Michele all'epoca era in servizio alla Stradale di Cefalù e in una realzione del 26 maggio aveva riferito di aver visto la sera precedente all'attentato - cioè quella del 22 maggio - un furgone bianco fermo all'altezza dello svincolo di Capaci sull'autostrada A29, dove anche lui stava passando. Assieme al mezzo, il poliziotto scrisse di aver visto anche dei presunti dipendenti dell'allora Sip.

Il primo giugno del 1992 l'imputato venne convocato dalla squadra mobile, ma aveva modificato radicalmente il suo racconto, sostenendo di aver visto furgone e lavoratori non sull'A29, ma nel centro abitato di Capaci. 

De Michele venne sentito anche più di 20 anni dopo, a dicembre del 2013, dalla Dda di Caltanissetta e, ai pm che gli chiedevano perché avesse cambiato versione, rispose che sarebbe stato Genchi, allora funzionario di polizia, che lo avrebbe contattato, invitandolo a ritirare la sua relazione altrimenti sarebbe stato meglio che si fosse sparato. Sulla scorta di queste affermazioni, De Michele era finito sotto inchiesta per calunnia.

Durante il dibattimento di primo grado, la Procura ha sostenuto che l'incontro tra Genchi e De Michele non sarebbe mai avvenuto e lo stesso Genchi, che si è costituito parte civile nel processo, aveva affermato di aver conosciuto l'imputato, ma in un periodo successivo alla strage di Capaci e che le dichiarazioni di De Michele rientrassero in una strategia più ampia per delegittimarlo.

La difesa dell'imputato, invece, ha sempre affermato che il racconto del poliziotto fosse verosimile e che l'ipotesi che i due si fossero conosciuti dopo il 23 maggio del 1992 non fosse realistica. 

La Procura aveva chiesto una condanna a 4 anni, ma De Michele era stato assolto "perché il fatto non sussiste". L'imputato, nel frattempo, aveva però subito un procedimento disciplinare ed era stato trasferito a Cagliari. Ora la Corte d'appello, dopo il ricorso proposto da Genchi (la Procura non ha invece impugnato la sentenza di primo grado), ha deciso di riaprire l'istruttoria dibattimentale per risentire proprio Genchi, che ha ribadito la sua versione. I giudici hanno però deciso oggi di confermare la sentenza di primo grado e di scagionare l'imputato.

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