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Mercoledì, 25 Maggio 2022
Cronaca

"Inattendibile e contraddittorio", il gup non crede all'imprenditore antiracket: assolto il suo presunto stalker

Arnaldo Giambertone, noto per essersi ribellato al pizzo, aveva denunciato Giuseppe Campisi, già condannato per un'estorsione e suo ex dipendente. Il pm ha ipotizzato un reato senza precedenti: una persecuzione con l'aggravante mafiosa. Per il gup "l'imputato ha cercato solo 3 volte la presunta vittima, chiedendo soldi perché pagato in nero"

"Contraddittorio", "paradossale", "poco credibile ed attendibile". E' con queste espressioni che il gup Elisabetta Stampacchia definisce il racconto di Arnaldo Giambertone, l'imprenditore noto per essersi ribellato al pizzo, nell'ambito di un processo per un reato (più unico che raro), stalking aggravato dal metodo mafioso, contestato a Giuseppe Campisi, detto "Pino il lungo", già condannato per estorsione aggravata ma che da tempo ha scontato la pena ed è libero. Per il giudice non ci sarebbe stata alcuna persecuzione, tanto che ha assolto l'imputato, ma piuttosto delle richieste - anche legittime - legate al rapporto di lavoro che c'era stato tra i due: Campisi infatti era stato dipendente di Giambertone, che - come si legge nella sentenza - lo avrebbe pagato in nero; una volta licenziato, l'imputato avrebbe quindi cercato un paio di volte l'imprenditore proprio per saldare il conto.

Il giudice, che ha processato Campisi con il rito abbreviato, ha accolto le tesi dell'avvocato Teresa Re (nella foto), che lo difende, ed ha respinto la richiesta di condanna a un anno di reclusione avanzata invece dalla Procura, ritenendo che "il fatto non sussiste". Si tratta di un procedimento particolare non solo per l'ipotesi di stalking aggravato dal metodo mafioso - che non ha precedenti - ma anche perché, almeno al termine del primo grado, la nota vittima del pizzo Giambertone non è stata creduta e si sarebbe contraddetta più volte nel fornire la sua versione dei fatti. Campisi, nella fase in cui sarebbe avvenuta la presunta persecuzione mafiosa, aveva saldato i suoi conti con la giustizia e stava cercando di condurre una vita lontano da Cosa nostra, anche attraverso il lavoro che aveva trovato nei cantieri dell'imprenditore antiracket.

Le denunce di Giambertone

avvocato-teresa-re-2La vicenda giudiziaria nasce proprio dalle "numerose querele" sporte da Giambertone. Il 15 ottobre del 2019, quando aveva già diritto alla vigilanza dinamica in quanto vittima del racket, aveva denunciato alla polizia che il giorno prima un uomo era andato nel suo cantiere e aveva chiesto ad un suo dipendente di lui, ma poi era misteriosamente sparito, lasciando detto "sono della zona, ripasserò". Il 19 ottobre successiva l'imprenditore aveva fatto un'altra denuncia, riferendo che il 17 aveva ricevuto la telefonata di sua moglie che l'aveva avvisato che un tale "Pino il lungo" lo aveva cercato a casa, chiedendo anche il numero di telefono e, al rifiuto della donna di darglielo, aveva detto di "farlo chiamare urgentemente". Una situazione che, a dire di Giambertone, gli aveva provocato un forte stato d'ansia e paura per la sua incolumità e quella della sua famiglia.

"Mi fu presentato come vicino a Cosa nostra"

Sentito dagli inquirenti, Giambertone aveva poi precisato di aver conosciuto Campisi il 2 novembre 2016, quando si era presentato in un suo cantiere come amico di un impiegato nella sua azienda. A dire dell'imprenditore, l'imputato avrebbe voluto difenderlo da un presunto estorsore, che avrebbe voluto "maltrattare perché non era autorizzato a chiedere niente a nessuno". Sarebbe stato l'altro dipendente a presentare Campisi a Giambertone indicandolo come "Pino il lungo" e come "la persona adatta a risolvere il problema" della presunta richiesta di pizzo "in quanto persona molto vicina a Cosa nostra". Sarebbe in questa circostanza che Campisi avrebbe chiesto di lavorare e Giambertone - dopo aver consultato i carabinieri che gli avrebbero risposto che "poteva procedere" - avrebbe accettato sia in quanto "aveva necessità in quel periodo di forza lavoro sia perché assoggettato dal comportamento e dal carisma che aveva esternato Campisi". Il rapporto di lavoro era finito a febbraio 2017, "forzosamente da parte mia", come aveva spiegato l'imprenditore, che avrebbe però rivisto Campisi che si sarebbe fatto portavoce di richieste di denaro da altri soggetti e ditte.

"L'assunzione imposta dai boss"

Il 3 febbraio del 2020, Giambertone era tornato in questura e aveva rivisto la sua versione, specificando che "Campisi gli era stato presentato da esponenti della famiglia mafiosa di Pagliarelli, che gliene avevano imposto l'assunzione nel cantiere; di averlo licenziato nel 2017 e che da allora questi lo aveva 'perseguitato', chiedendogli sempre soldi, fino a giugno dello stesso anno". Giambertone avrebbe dato dei soldi all'imputato e a settembre 2020 Campisi gli avrebbe chiesto 7 mila euro per soggetti di Cardillo. L'imprenditore aveva poi chiarito che Campisi lo avrebbe cercato sia a ottobre del 2019, fermando per strada sua moglie vicino alla loro abitazione - circa una settimana dopo l'episodio in cui aveva suonato a casa e lasciato il suo numero - chiedendole se avesse riferito al marito di doverlo richiamare "urgentemente", oltre che il giorno prima, il 2 febbraio 2020, quando aveva nuovamente citofonato a casa per parlare con lui, salvo allontanarsi spazientito dall'attesa.

"I pagamenti in contanti e in ritardo

L'avvocato di Campisi ha svolto delle indagini difensive ed ha sentito alcuni dipendenti di Giambertone che hanno detto di conoscere l'imputato e di essere a conoscenza "dei pagamenti fatti da Giambertone in contanti e talvolta con ritardo". La moglie di Campisi ha poi parlato di "un rapporto di amicizia tra i due, quando lavorava con lui".

Il gup: "Dichiarazioni fortemente contraddittorie dell'imprenditore"

Il giudice, alla fine, non ha creduto alle tesi della Procura: "Non vi è dubbio che le dichiarazioni della persona offesa (Giambertone, ndr) presentino alcuni elementi di forte contraddittorietà, in particolare circa le indicazioni, del tutto divergenti, sulla conoscenza con Campisi, che Giambertone prima ha riferito essergli stato sostanzialmente presentato da un suo dipendente, circostanza confermata da quest'ultimo, salvo indicarlo come soggetto la cui assunzione gli era stata imposta da esponenti del mandamento mafioso di Pagliarelli", si legge nella sentenza. E il gup aggiunge: "Non meno degno di nota, sotto il profilo dell'attendibilità e della credibilità del narrato, appaiono altresì le circostanze riferite da Giambertone in ordine al giorno in cui Campisi era andato nel cantiere per chiedere l'assunzione e aveva invitato l'imprenditore ad andare a 'maltrattare' il soggetto con cui Giambertone aveva avuto problemi legati ad un'estorsione: il racconto appare paradossale, in particolare con riferimento al placet che ques'ultimo, appreso che si trattava di un esponente vicino agli ambienti di Cosa nostra, avrebbe chiesto ed ottenuto dai carabinieri per andare con lui ad effettuare una sorta di spedizione punitiva".

"Descrizione dello stalker incompatibile"

Incompatibile, secondo il giudice, anche la descrizione che l'imprenditore aveva fatto del suo presunto stalker come "tarchiato, alto 1.70", una "altezza che non sembra meritevole dell'appellativo 'il lungo'", sottolinea il gup. Risulterebbe poi contraddittorio il fatto che il 17 ottobre 2019 Campisi avesse chiesto alla moglie di Giambertone "in quale cantiere stesse lavorando il marito con l'attribuzione al Campisi dell'incursione di due soli giorni prima nel cantiere, che presuppone la conoscenza di tale dato". Per il giudice "l'eventualità che nel cantiere possano essere andati soggetti diversi da Campisi appare non troppo remota alla luce delle circostanze rappresentate nella denuncia del 15 ottobre 2019 in merito alla presenza di soggetti 'sospetti' dinanzi al cantiere e alle richieste pervenute a Giambertone in ordine ad alcuni lavori da svolgere in un sito vicino" e ad un'ipotetica "richiesta di messa a posto".

"L'imputato ha cercato solo tre volte l'imprenditore"

"Dagli atti - si legge ancora nella sentenza - risulta che Campisi ha contattato Giambertone, o tentato di contattarlo, in un primo arco temporale, immediatamente dopo il licenziamento, e poi, a distanza di tempo, due volte nel mese di ottobre 2019 e una volta a febbraio 2020, limitandosi a chiedere di poter parlare con lui e di poter essere richiamato. Quanto al primo segmento - da febbraio a settembre 2017 - non vi sono in atti denunce tempestive e dettagliate ma riferimenti postumi a richieste di somme di denaro effettuate da Campisi a Giambertone, 'con cadenza quasi settimanale', per conto di terzi. Quanto alla seconda tranche di condotte, a distanza di due anni (di talché, ad ogni modo, non potrebbe parlarsi di un unico reato, ma di due distinti reati semmai avvinti dalla continuazione) occorre da subito, sotto il profilo dell'abitualità, valorizzare che trattasi di soli tre tentativi di mettersi in contatto con Giambertone, che se appaiono in astratto sufficienti, risultano in concreto inidonei a configurare il reato, specie perché uno degli episodi è stato realizzato il 2 febbraio 2020, a quasi quattro mesi dai primi due, temporalmente prossimi (15 e 17 ottobre 2019)".

"I pagamenti in nero alla base delle richieste"

Afferma il giudice che "non può non evidenziarsi come, per stessa ammissione di Giambertone, tra lui e l'imputato vi fossero stati, nonostante la piena consapevolezza della presunta vittima della vicinanza (o pregressa vicinanza) di Campisi ad ambienti malavitosi, pregressi rapporti lavorativi in nero, che potrebbero ragionevolmente porsi alla base tanto delle richieste di denaro del primo segmento di condotta (diversamente, risulterebbe quantomeno anomalo che Giambertone, già 'testimone di giustizia', raggiunto da richieste estorsive non le avesse denunciate) quanto degli ennesimi tentativi di avere un colloquio con l'odierno denunciante. Per tale via non potrebbe che ritenersi altresì dubbia la sussistenza della consapevolezza nell'agente, specie considerata la pregressa stretta vicinanza tra i due, anche extralavorativa, risultante agli atti, della idoneità della propria condotta a produrre uno degli eventi alternativamente previsti dalla norma incriminatrice". Da qui l'assoluzione di Campisi.

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