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Cronaca

L'esercito di complici e vittime degli spaccaossa, verso la chiusura l'inchiesta con 400 indagati

Un centinaio di persone rischiano il processo mentre per altre 300 si profila la richiesta di archiviazione. Sono state tutte coinvolte nei finti incidenti per truffare la assicurazioni, facendosi rompere braccia e gambe o fornendo auto, moto e bici o false testimonianze. La maggior parte sarebbe stata spinta dal bisogno e dal grave disagio economico

Il loro ruolo sarebbe stato tutto sommato marginale, ma comunque essenziale per consentire agli spaccaossa di mettere a segno truffe da centinaia di migliaia di euro ai danni delle compagnie assicurative con finti incidenti e vittime vere, alle quali venivano rotte gambe e braccia con mattoni di tufo e pesi da palestra. Sono circa 400 persone, tra feriti consenzienti, falsi testimoni di sinistri (mai avvenuti), automobillisti, motociclisti e ciclisti che hanno messo a disposizione delle bande i loro mezzi, individuate da tempo e sempre rimaste a piede libero, per le quali adesso sta per chiudersi l'inchiesta.

Per un centinaio di indagati la Procura è orientata a chiedere il rinvio a giudizio, mentre per tutti gli altri si andrebbe invece verso la richiesta di archiviazione. Non tanto perché non abbiano preso parte ad uno degli imbrogli più cruenti scoperti negli ultimi anni (tanto da diventare persino materia per un film) ma perché alla fine ne hanno ricavato ben poco e, in alcuni casi, si tratta pure di lesioni permanenti. Molte di queste persone, peraltro, avrebbero gravi problemi economici e sarebbero state spinte a partecipare alle truffe solo per necessità.

"Malata e con un bimbo piccolo, ho accettato di farmi rompere le ossa"

Sono cinque le inchieste che, a partire dall'agosto 2018, hanno portato in carcere decine di spaccaossa, molti dei quali sono stati condannati in primo ed in secondo grado. La prima indagine, coordinata dall'allora procuratore aggiunto Salvatore De Luca (oggi procuratore capo a Caltanissetta), venne chiamata non a caso "Tantalo", proprio per le torture alle quali di fatto venivano sottoposte le vittime consenzienti che, per simulare gli incidenti, si facevano rompere le ossa spesso senza neppure un'anestesia. Alcuni indagati decisero di collaborare con i magistrati e nacquero le indagini successive, coorindate dagli aggiunti Ennio Petrigni e Sergio Demontis e dai sostituti Daniele Sansone, Alfredo Gagliardi, Francesca Mazzocco ed Andrea Zoppi.

In uno di questi filoni emersero anche collegamenti con alcuni boss di Brancaccio. Le cosche avrebbero lucrato anche loro sui finti incidenti, ma senza sporcarsi le mani di sangue, prendendo soltanto in carico le pratiche al momento di incassare i soldi dalle assicurazioni.

A guadagnare veramente con l'imbroglio non erano certo le finte vittime, i falsi testimoni e gli automobilisti che prestavano le loro macchine per simulare gli incidenti: come è emerso dalle indagini, infatti, le persone che si facevano rompere braccia e gambe, tra sofferenze atroci, incassavano poche centinaia di euro, per esempio. La Procura adesso sta tirando le fila su tutte le posizioni stralciate da quelle principali e nei prossimi mesi potrebbe quindi nascere un ulteriore processo con un centinaio di imputati.
 

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