Cronaca Libertà

Diritto all’aborto in Polonia, sit in davanti al consolato: "Negarlo è una violenza sulle donne"

Il movimento cittadino Non una di meno si è raccolto davanti alla sede in via De Amicis per protestare contro “le restrizioni messe in atto dal governo polacco che limitano la libertà e l’autodeterminazione sul proprio corpo”

Nota- Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di PalermoToday

Il maltempo non ha fermato le donne palermitane che ieri si sono ritrovate davanti il consolato polacco per un presidio indetto dal movimento “Non una di meno” Palermo al fine di rivendicare il diritto all’autodeterminazione del proprio corpo e in solidarietà delle donne polacche su cui gravano le restrizioni messe in atto dal governo che limitano la libertà d’aborto. Ecco che il tema del diritto all’aborto torna ad essere al centro delle rivendicazioni delle donne di tutto il mondo.

Dati alla mano in Italia si registra una media nazionale del 70% di obiezione di coscienza tra i ginecologi ospedalieri, in Sicilia si raggiunge ben l’87%. Questi numeri fanno capire chiaramente come le donne ad oggi non siano libere e quanto necessario sia lottare quotidianamente per strappare pezzi di libertà ad un sistema capitalista e patriarcale che in molteplici modi perpetra la violenza di genere. "Negare il diritto all'aborto è violenza sulle donne”, urlano le donne in presidio. Una serie di interventi da parte di tutte le realtà che in città si occupano di genere e di diritti delle donne ha animato il presidio, fra queste: Casa delle Donne, Donne dello Zen, Uaar, Donne di Benin City, Palermo Pride, Arci gay Palermo.

L’apice del pomeriggio di rivendicazione e solidarietà è stato raggiunto con una performance che ha dato particolare luce al tema della donna come mero organo riproduttivo: sulla scena si è vista irrompere una donna vestita come Difred, la protagonista del celebre romanzo di Margaret Atwood “Il racconto dell’ancella” più volte usato dal movimento come simbolo della lotta per l’emancipazione femminile.

"L'attualità ci dimostra quanto sia necessario parlare di diritto all'aborto. La crisi pandemica poi - si legge in una nota - è stata terreno fertile e legittimante per il sistema. Lockdown per le donne, infatti, ha significato e significa sovraccarico di lavoro familiare, smart working e didattica a distanza dei figli, con il rischio che il tempo dedicato al lavoro diventi tutto il tempo a disposizione per vivere. Lockdown ha significato e significa precarietà e disoccupazione soprattutto per le donne che in maggior percentuale svolgono lavori precari, in nero e sottopagati. La pandemia ha fatto emergere con maggiore potenza tutte le criticità del sistema patriarcale e capitalistico in cui viviamo, che continua a calpestare i diritti di noi donne, a partire dal diritto alla salute. Nell’attuale momento di emergenza sanitaria infatti diventa sempre più complicato l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza. All’altissimo numero di obiettori di coscienza si aggiungono la sospensione o la riduzione del servizio in alcuni ospedali, l’assenza di procedure chiare e uniformi su somministrazione dei tamponi ed eventuale positività delle donne che vogliono abortire, e soprattutto la mancata attuazione delle nuove linee guida ministeriali sull’aborto farmacologico, che invece proprio in questo momento potrebbe essere parte integrante della soluzione. Limitare il diritto all'aborto è violenza sulle donne! La violenza fisica e il femminicidio sono solo la punta dell’iceberg. L’obiezione di coscienza è violenza sulle donne. Lo smantellamento dei consultori è violenza sulla donne. Il definanziamento dei centri antiviolenza è violenza sulle donne. La tampon tax è violenza sulle donne. Il lavoro di cura non retribuito è violenza sulla donne. La violenza di genere assume molteplici forme e noi saremo sempre pronte a stanarle e combatterle".

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