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L'ippodromo

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Scommesse clandestine all'ippodromo, diventano definitive cinque condanne

La Cassazione ha rigettato i ricorsi degli imputati che assieme ad altri erano stati coinvolti in un'inchiesta del 2010. Secondo le stime degli inquirenti, avrebbero gestito un giro di puntate da mezzo milione di euro in due anni

Gestivano un florido giro di scommesse clandestine all'ippodromo, tanto che sarebbero riusciti a movimentare mezzo milione di euro in due anni. Per cinque imputati, coinvolti in un'inchiesta avviata nel lontano 2010, le condanne diventano adesso definitive: la terza sezione della Cassazione ha infatti rigettato i loro ricorsi e li ha pure condannati a pagare tremila euro alla Cassa delle ammende.

Nello specifico, il collegio presieduto da Grazia Lapalorcia, ha confermato le sentenze già emesse in primo ed in secondo grado per Giuseppe D'Arpa, 61 anni, Antonino D'Arpa, di 56, Carlo Di Maio, di 62, Giovanni Di Stefano, di 49, e Pasquale La Barbera, di 54. Giuseppe D'Arpa, Di Stefano e La Barbera dovranno scontare un anno e otto mesi di reclusione, gli altri due un anno e mezzo.

Come avevano ricostruito gli investigatori, gli imputati (assieme ad altre persone) avrebbero raccolto illecitamente le puntate di tanti giocatori che avrebbero preferito il giro clandestino rispetto agli sportelli abilitati perché le quote in caso di vincita sarebbero state molto più elevate. L'inchiesta, che era durata più di due anni, era partita nel 2010 sulla scorta di una segnalazione da parte degli enti organizzatori delle corse di cavalli all'ippodromo: dalle loro statistiche, infatti, avevano notato un calo significativo delle puntate nel circuito ufficiale.

Il ricorso in Cassazione degli imputati metteva in discussione, tra l'altro, i metodi con cui sarebbero stati identificati, sostenendo che sarebbero stati "lacunosi", perché gli inquirenti si sarebbero serviti di video filmati con una piccola telecamera collocata a una distanza di circa 30 metri dall'obiettivo. Non ci sarebbe stata dunque certezza, dal loro punto di vista, che sarebbero stati proprio loro ad incassare i soldi in nero.

I giudici hanno invece messo in evidenza come gli imputati erano stati pedinati e come gli inquirenti fossero risaliti a loro attraverso i numeri di targa dei loro mezzi, nonché dai loro indirizzi. Da qui erano arrivati anche ai loro numeri di telefono sui quali erano state avviate delle intercettazioni. Per la Cassazione, dalle sentenze già emesse emerge chiaramente che gli imputati "si recassero sistematicamente all'ippodromo e, d'accordo tra loro, suddividendo le entrate e le uscite di denaro, organizzassero un banco non autorizzato raccogliendo scommesse clandestine da un folto gruppo di frequentatori abituali dell'ambiente, a loro conosciuti".

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