Salme sparite e poi ricomparse al cimitero dei Rotoli, in quattro rischiano il processo

Chiusa l'inchiesta che a gennaio aveva portato all'arresto dell'ex titolare dell'impresa funebre "L'ultima cena" di via Messina Marine, Paolo Rovetto. In un caso, i resti di un'anziana erano stati nascosti per sei mesi finché la bara non era stata ritrovata tra i viali del camposanto

Un furgone dell'agenzia di pompe funebri "L'ultima cena"

Chiusa l'inchiesta sulle salme sparite e poi ricomparse al cimitero dei Rotoli che, a gennaio, aveva portato all'arresto di Paolo Rovetto, 25 anni, un tempo titolare dell'impresa funebre "L'ultima cena" di via Messina Marine. Per alcuni capi d'imputazione, il giovane ha già scelto il rito abbreviato, mentre per altre rischia il processo assieme a suo padre, Pietro Rovetto, all'autista di un carro funebre, Salvatore Riina, e Marco Litrico, pure loro coinvolti nell'indagine. Le accuse sono a vario titolo di occultamento di cadavere, falso e minaccia a pubblico ufficiale.

Dalle indagini coordinate dal procuratore aggiunto Sergio Demontis e dai sostituti Maria Rosaria Perricone e Claudia Ferrari, erano emersi due strani episodi avvenuti nel camposanto tra il 21 marzo e il 30 aprile del 2018. Nel primo caso, i resti di un'anziana signora svizzera residente da anni a Palermo erano spariti per quasi sei mesi. I nipoti si erano affidati alla ditta di Rovetto, chiedendo che la parente venisse cremata, ma lui avrebbe guadagnato tempo. La donna, peraltro, non sarebbe neppure risultata morta per il Comune, in quanto l'imputato avrebbe falsificato i certificati. 

Visti i ritardi, i famigliari dell'anziana avevano deciso di protestare proprio con il Comune ed è da lì che era saltato fuori che il decesso non sarebbe stato neppure ufficiale. All'inizio di settembre del 2018, mentre gli uffici pubblici si erano attivati per chiarire il caso, improvvisamente la salma della donna era rispuntata tra i viali dei Rotoli. Le telecamere di sorveglianza avrebbero ripreso proprio il furgone de "L'ultima cena" ed era stata così avviata l'inchiesta su Rovetto.

L'altro caso è quello della salma di una donna deceduta all'ospedale Cervello ad aprile 2018 e che, secondo la Procura, Rovetto e gli altri indagati avrebbero fatto sparire per tre giorni. Poi, per l'accusa, Rovetto avrebbe preteso con violenza che la bara fosse tumulata ai Rotoli, anche se il funzionario dei Servizi cimiteriali del Comune avrebbe contestato l'assenza di autorizzazioni sia al trasporto della salma che al seppellimento.

In base alla ricostruzione degli inquirenti, a spingere Rovetto a muoversi in questo modo sarebbe stata la necessità di recuperare soldi, ma anche la difficoltà a lavorare: dal 2016, infatti, la sua ditta non aveva più l'autorizzazione per svolgere i suoi servizi ai Rotoli. Il gip Piergiorgio Morosini, nella sua ordinanza di custodia cautelare, non aveva peraltro escluso collegamenti con Cosa nostra e anche che dipendenti pubblici potessero essere stati in qualche modo compiacenti con Rovetto. L'inchiesta aveva messo in luce scenari davvero strani all'interno del camposanto, sui quali si concentra un'altra indagine, coordinata dal sostituto procuratore Francesca Mazzocco.

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In questo caso si ipotizza invece la corruzione per diversi impiegati comunali, dipendenti Reset e medici dell'Asp, ed è coinvolto anche l'ex direttore facente funzone dei Rotoli, Elio Cosimo De Roberto, che si era poi dimesso. Un cimitero, quello dei Rotoli, dove nonostante i provvedimenti del sindaco, Leoluca Orlando, ci sono circa 500 bare in deposito da mesi. Per gli investigatori, proprio questo stato di costante emergenza potrebbe aver favorito mazzette: pagare, questa è l'ipotesi, sarebbe stato l'unico modo per ottenere una sepoltura. 

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