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Cronaca

"Rivolta del sette e mezzo", iniziativa per ricordare i morti del 1866 a Palermo

La rivolta fu una dimostrazione antigovernativa, organizzata da ex garibaldini delusi, reduci dell'esercito meridionale, partigiani borbonici e repubblicani. Il governo italiano adottò contro il popolo palermitano una dura repressione

Giovedì 15 settembre, in occasione del 150° anniversario della “Rivolta del sette e mezzo” - avvenuta a Palermo il 15 settembre 1866 - che vide perire migliaia di palermitani, l’Accademia nazionale della politica ha indetto un "direttivo" nel corso del quale verranno commemorate le vittime e verrà deliberato un calendario di lavori, di manifestazioni e di iniziative che si protrarranno sino a dicembre 2016.

Le attività di ricerca e di studio svolte verranno, quindi, sintetizzate in alcune pubblicazioni che avranno come leit motiv la “questione siciliana”. Prenderà parte ai lavori Giuseppe Scianò, coordinatore del Centro Studi “Andrea Finocchiaro Aprile”. Nella ricerca si userà una metodologia scientifica volta al recupero e alla rilettura delle testimonianze, delle pubblicazioni, delle documentazioni degli Archivi di Stato, della polizia e dell’Esercito del Regno d’Italia, dei “rapporti” delle diplomazie straniere. Saranno riletti gli atti parlamentari, i manifesti, i libri, le pubblicazioni e tutto quanto sarà ritenuto utile alla conoscenza dei fatti realmente accaduti e le cui conseguenze si sarebbero protratte per diversi decenni.

“Il 15 settembre non è un anniversario qualsiasi - dichiara Bartolo Sammartino, presidente dell’Accademia nazionale della politica - si tratta, infatti, di un importante evento storico che si è tentato e si tenta di cancellare, dopo averne per ben centocinquanta anni occultato gli aspetti più significativi e più drammatici. Dobbiamo anche rendere un minimo di giustizia alle vittime dell’una e dell’altra parte. L’iniziativa – conclude Sammartino - non vuole riaccendere rancori, ma al contrario, vuole provare a dare un 'riconoscimento' doveroso ai sacrifici e all’eroismo di un intero popolo".

La rivolta fu una dimostrazione antigovernativa, organizzata da ex garibaldini delusi, reduci dell'esercito meridionale, partigiani borbonici e repubblicani, che insieme formarono una giunta comunale a Palermo. Il malcontento era favorito dall'integralismo dei funzionari statali, che consideravano "quasi barbari i palermitani", e dalle pesanti misure poliziesche e i vessatori balzelli introdotti. Quasi 4.000 rivoltosi assalirono prefettura e questura e la città restò in mano agli insorti (circa 35.000). Palermo per sette giorni rimase così in mano ai rivoltosi. Il governo italiano decise di proclamare lo stato d'assedio e adottò contro il popolo palermitano una dura repressione, con la nave ammiraglia Re di Portogallo che bombardò la città. Dopo lo sbarco dei fanti della "Real Marina", molti dei rivoltosi furono arsi vivi e si combattè casa per casa. Circa 200 furono i militari morti, mentre non vi è un numero ufficiale di vittime civili nella popolazione. Secondo alcune fonti furono arrestati 2.427 civili, 297 furono processati e 127 condannati.

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