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"Trattati come le bestie", scatta la rivolta al centro immigrati Araba Fenice

La struttura di vicolo Guarnaschelli, alla fine di corso dei Mille, ospita una sessantina di extracomunitari che si sono barricati all'interno. La responsabile: "A protestare solo una parte, ora qualcuno proverà a speculare". Sul posto polizia e carabinieri

Si sono chiusi all'interno e non hanno fatto entrare o uscire nessuno, neanche quattro dei volontari che lavorano lì. O almeno così è stato sino all’arrivo della polizia. E’ scattata questa mattina la rivolta di un parte dei giovani immigrati ospitati dal centro "Araba Fenice" di vicolo Guarnaschelli, alla fine di corso dei Mille. "Siamo trattati come bestie", urlano i migranti. A presidiare la zona dall’esterno ci sono i poliziotti in tenuta antisommossa e i carabinieri, oltre ai responsabili del centro, dispiaciuti e anche un pizzico infastiditi dall’accaduto. "Solo una parte dei ragazzi - spiega Alessandra Airò Farulla, responsabile del centro - ha dato il via alla protesta. La struttura avrebbe dovuto aprire a luglio, ma dopo il loro arrivo a metà aprile c’è stata l’esigenza di accogliere 60 ragazzi, di cui ne sono rimasti 52. Al momento non riceviamo alcun finanziamento e abbiamo mandato avanti le attività per come abbiamo potuto. Siamo molto dispiaciuti per l'accaduto, soprattutto perché qualcuno proverà a speculare su questa vicenda. La maggior parte di loro sono straordinari. C'è qualche 'testa calda', ma non dimentichiamo che sono ragazzini, con la loro fragilità e i loro problemi".

La struttura accoglie giovani immigrati, di 17 anni al massimo, provenienti perlopiù da Gambia, Nigeria e Costa d'Avorio. La protesta è iniziata stamattina, dopo la colazione, al termine della quale hanno chiuso il cancello all’ingresso e si sono barricati dentro. "Si comportano in questo modo - spiega con grande amarezza uno dei volontari, Leo Ricciardi - solo perché sanno di poterselo permettere. Ma per fortuna non sono tutti così. Alcuni arrivano qui fomentati dalle loro stesse famiglie, che gli fanno credere di potere avere di tutto, denaro e diritti. Per questo gli dicono di spaccare e bruciare tutto. E se oggi gli diamo un dito, e facciamo già un grande sforzo, domani magari pretenderanno la mano. Mi sono sentito dire anche ‘sei un nostro schiavo’, e questa la considero una sconfitta del sistema". Dalle due campane arrivano versioni completamente contrastanti. Gli extracomunitari hanno aperto le porte del centro a PalermoToday per mostrare come vivono da quando sono arrivati, ad aprile.

"Non ci danno cibo oppure ci portano la carne di maiale. Ma noi siamo musulmani e non possiamo mangiarne. Ci negano anche acqua, vestiti e scarpe", spiegano mostrando i buchi sotto le loro ciabatte. "Non ci permettono di telefonare alle nostre famiglie. La maggior parte di noi li ha potuti sentire appena arrivati a Palermo. Ora sono quasi due mesi che non riusciamo a chiamarli". Alla base della protesta anche le condizioni della struttura, sistemata in fretta e furia per fronteggiare l’emergenza. "Dormiamo in quattro per ogni stanza, alcuni bagni sono in condizioni pessime, armadi e letti sono distrutti. A questo si aggiunge il trattamento a noi riservato: chiediamo l’intervento di medici e ci rispondono sempre ‘domani’, chiediamo paracetamolo e creme ma non ci vengono date. Raccontate all’esterno come viviamo". Secca la replica di uno dei volontari: “Si lamentano di tutto perché non sanno come funzionano le cose qui. Abbiamo già dato loro 40 schede internazionali, ma provvedere per tutti richiede tempo. Neanche il gestore telefonico era preparato per fornirci così tante utenze, che tra l’altro vanno intestate direttamente a loro, che spesso non hanno neanche una ‘identità’”.

Diametralmente opposto il racconto di chi là dentro ci lavora. “Ricevono un trattamento adeguato, soprattutto - spiega Airò Farulla - se si considera che stiamo lavorando senza risorse. Abbiamo debiti con il catering che si occupa di portare loro da mangiare ogni giorno, non ci viene rimborsato nulla, dalla benzina ai soldi che spendiamo per loro. Se hanno vestiti e scarpe (ed effettivamente si scorgono decine e decine di paia di scarpe sugli armadi, ndr) lo devono al nostro impegno e alla solidarietà mostrata da tanti cittadini. A ciò si aggiunge la mancanza della diaria, perché di fatto al momento non arrivano fondi dal Ministero. Non vogliamo però che passi un’idea fuorviante sui migranti. La maggior parte di loro sono bravi ragazzi, che apprezzano il nostro sforzo, ascoltano e si rendono conto della situazione. Ognuno di noi fa quel che può: c’è chi li ha portati alla fiera per farli svagare, chi in moschea e chi si spacca la schiena per garantirgli una vita dignitosa sino al loro trasferimento".

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