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Incassò 30 mila euro di rimborsi fiscali al posto dei cittadini: impiegato delle poste condannato

L'imputato era in servizio in un ufficio di Brancaccio e aveva preso le somme erogate dall'Inps, dalla Rai e dall'Agenzia delle entrate. Per un dipendente del Comune, che gli avrebbe fornito gli estremi dei documenti d'identità dei reali beneficiari, la Suprema Corte ha dichiarato la prescrizione

Al posto di essere incassati dai reali beneficiari, quasi trentamila euro di rimborsi erogati dall'Agenzia delle entrate, dalla Rai e dall'Inps erano finiti nelle tasche di un impiegato in servizio in un ufficio postale di Brancaccio, Giuseppe Conigliaro. Complice, secondo la Procura, un dipendente comunale dell'Edilizia privata, Vincenzo Messina, che - accedendo abusivamente al sistema informatico dell'Anagrafe - gli avrebbe fornito gli estremi dei documemti dei cittadini a cui sottrarre i rimborsi. Adesso la sesta sezione della Cassazione ha confermato la condanna a 5 anni per Conigliaro, che rispondeva di peculato, mentre per l'altro imputato, accusato solo di accesso abusivo al sistema informatico, è scattata la prescrizione (in primo grado era stato condannato a tre anni e mezzo). Restano in piedi comunque i risarcimenti dovuti ai cittadini raggirati.

Come era emerso dalle indagini, coordinate all'epoca dal procuratore aggiunto Leonardo Agueci (oggi in pensione) e dal sostituto Alessandro Picchi, Conigliaro aveva incassato 24.432,78 euro e 5.243,02 euro di rimborsi destinati da diversi enti e aziende a cittadini a cui veniva sottratta la lettera di comunicazione che li informava che potevano riscuotere le somme. Per l'accusa, sarebbe stato Messina, accedendo abusivamente al sistema web dell'Anagrafe, a recuperare gli estremi dei documenti di identità di una serie di soggetti per fornirli a Conigliaro. I due erano stati entrambi condannati dal tribunale e la sentenza di primo grado era stata sostanzialmente confermata a luglio dell'anno scorso dalla Corte d'Appello.

A ricorrere alla Suprema Corte sono stati gli imputati. Il dipendente delle poste ha sostenuto, tra l'altro, che i giudici non avrebbero disposto una perizia grafologica che, a suo avviso, avrebbe potuto scagionarlo, dimostrando che non sarebbe stato lui a firmare al posto dei reali beneficiari dei rimborsi, ma anche di essere stato vittima di una macchinazione: sarebbero state le persone che chiedevano i rimborsi a fornire documenti falsi per incassarli. Anche Messina ha contestato le sentenze precedenti, affermando, tra l'altro che nel caso di uno degli accessi abusivi al sistema informatico, sarebbe stato impegnato con il pubblico e non avrebbe quindi potuto essere lui a commettere il reato.

Per Conigliaro la Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile e lo ha condannato a pagare le spese di giudizio a tre persone che si erano costituite parte civile, oltre a 3 mila euro alla cassa delle ammende, mentre il ricorso di Messina è stato ritenuto fondato. Tuttavia sono trascorsi più di sette anni dai fatti e quindi la sentenza è stata annullata senza rinvio, ma è scattata la prescrizione. Si dovrà celebrare un nuovo processo solo ai fini civili.

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