La rapina e l'omicidio a Terrasini: "Muriu soffocato... Non se la fidò e l'ammazzò"

Nell'inchiesta per la morte di Mike Nepa c'è pure un'intercettazione in cui uno degli indagati descrive la sua fine. Ma i carabinieri, grazie ad una fonte confidenziale, hanno raccolto tanti elementi, compreso il dna degli arrestati nella casa della vittima. Nessuna traccia invece del bottino di oltre 300 mila euro

L'arrivo dei carabinieri dopo l'omicidio

Intercettazioni, analisi dei tabulati telefonici, filmati di telecamere di sorveglianza, ma anche tracce di dna. E’ sulla scorta di questi elementi – grazie alla soffiata di una fonte confidenziale – che stamattina Francesco Lo Piccolo, Donald Cucchiara Di Leo, Gasapre Polizzi e Dario La Perna sono finiti in carcere con l’accusa di aver rapinato e poi ucciso un anziano usuraio di Terrasini, Mike Nepa, lo scorso 9 settembre, nella sua abitazione di via Venezia. Il gip Marco Gaeta ha ritenuto valide le prove portate dal procuratore aggiunto Ennio Petrigni e dai sostituti Giulia Beux e Luisa Bettiol, che hanno coordinato le indagini dei carabinieri. Al colpo, però, avrebbe partecipato anche una donna che allo stato non è stata rintracciata.

La fonte confidenziale

Dopo una prima fase in cui i carabinieri si erano concentrati su alcune persone sospette, senza però cavare nulla dalle intercettazioni, il 21 settembre era arrivata la svolta: “Grazie alle rivelazioni di una fonte di comprovata attendibilità - dicono gli inquirenti - che indicava il coinvolgimento nella vicenda di Cucchiara Di Leo, La Perna e di una coppia di Carini dimorante a Terrasini, poi individuata in quella formata da Lo Piccolo e la moglie. La fonte indicava anche il mezzo utilizzato dagli autori del delitto, una Volkswagen Golf grigia in uso a La Perna, specificando che gli stessi si erano premurati di evitare le telecamere”.

Le intercettazioni

Su indicazione della fonte confidenziale i militari avevano piazzato una serie di microspie. In una delle conversazioni intercettate viene persino raccontato come sarebbe morto l’anziano. E’ quella del 24 novembre, in cui Lo Piccolo afferma: “L’omicidio c’è! Infatti poi ci ficiru i cose… Muriu soffocato preciso, è omicidio! Non se la firò a fare e l’ammazzò… Ci rissi: ‘Malato… avia iutu p’a gola accussì faceva… picchì un lu lassi respirare! Pigghialu bonu, levacilla! Pigghia e ci mette a mano’”. E aggiungeva: “Ma il naso era libero… e idda proprio u iuccau, mancu u sapeva io però! Pi tuccarlo un poco respira, ‘fallo respirare’”. Inoltre specificava: “Si scantò (la vittima, ndr), minchia, 1.200 euro in sacchetta aveva!”. Per i pm, dunque, Lo Piccolo sarebbe stato presente nell’abitazione dell’anziano.

Anche La Perna, finito nei mesi scorsi in carcere per altri motivi, avrebbe fornito indicazioni utili parlando durante i colloqui con la compagnia. Come il 15 ottobre: “I due erano preoccupati per la convocazione della donna da parte dei carabineri”, si legge nell’ordinanza, e lei infatti diceva: “Per l’amico di mio padre di Terrasini” e La Perna suggeriva: “Fai finta che non ti ricordi niente”,. aggiungendo che se le avessero chiesto di una chiamata fatta “verso le quattro, cinque di mattina” avrebbe dovuto dire che si era sentita male. Tre giorni dopo La Perna chiedeva notizie proprio su questo tema: “E di quella chiamata ti hanno detto niente?” e la donna rispondeva: “No, cercano un Nicola Castiglia,dice: ‘Tu lo conosci?’ ma chi minchia è? Io non lo conosco”. Il 13 novembre tiravano poi in ballo un’altra persona, cioè Cucchiara Di Leo: “Quello è tranquillo per quel discorso? Donald?”, chiedeva infatti La Perna.

Le telecamere

Nonostante la presenza di tanti impianti di videosorveglianza in via Venezia, il 9 settembre soltanto due telecamere della vicina via Libertà “avevano ripreso il transito di una Volkswagen grigia in direzione mare (ossia verso via Trieste) alle 4.04” e in precedenza da quella orientata “in direzione monte”. Il mezzo sarebbe dunque compatibile con quello di La Perna, così come l’orario collimerebbe con quello in cui sarebbe avvenuta la rapina.

I tabulati

Tra le 3.40 e le 5.30 del 9 settembre, notte in cui sarebbe avvenuta la rapina, sarebbero stati riscontrati una serie di contatti tra La Perna e Cucchiara Di Leo e anche tra questi e l’utenza intestata alla moglie di Lo Piccolo. Per gli inquirenti tutte le utenze sarebbero localizzabili nella zona di Terrasini.

Il dna

I rilievi compiuti nella stanza da letto dell’anziano avrebbero consentito di riscontrare la presenza di tracce biologiche “oltre che di Lo Piccolo, anche di Gaspare Polizzi”. Il loro dna sarebbe stato ritrovato “sulla corda bianca in corrispondenza del tronco superiore della vittima, sul nastro adesivo di carta, sui guanti in lattice accanto al letto” e sotto l’unghia del pollice della mano destra di Nepa.

Terrasin-Mike-Nepa-2Il bottino

Secondo la Procura gli indagati si sarebbero impossessati di 1.200 euro, oltre che di gioielli e monili e di una ingente somma in contanti – circa 300 mila euro – che l’anziano avrebbe tenuto nascosti in una cassapanca, chiusa con un lucchetto. Gli inquirenti deducono che il bottino – che non è stato ritrovato - sia cospicuo dopo aver raccolto diverse testimonianze. Nepa era ritenuto un usuraio e il suo vicino di casa ha per esempio dichiarato di aver letto la sua posta e di aver visto degli estratti conto in cui figuravano cifre di circa 200 mila euro. I due fratelli della vittima, che vivono negli Stati Uniti, hanno raccontato che in passato, in un momento in cui Nepa era ricoverato in ospedale, l’anziano li avrebbe invitati a sistemare tutti i suoi beni in una cassapanca: “Mi disse – afferma uno dei fratelli – che nella sua abitazione, precisamente nei suoi vestiti, vi era del denaro e di sistemarlo in un baule che aveva in una camera. All’interno dei vestiti di Mike abbiamo trovato oltre a una somma di denaro in contante, anche circa 6 diamanti di media grandezza, uno stuzzicadenti d’oro, vari monili, collane, bracciali e oggetti vari di valore. Il contante racimolato in quell’occasione era pari a circa 350-380 mila euro”. 

L'omicidio

In base all’autopsia, Nepa, che era affetto da diverse patologie croniche, sarebbe morto per un arresto cardiocircolatorio, determinato da “una grave emozione (spavento, angoscia)”. Sul suo volto sarebbero state trovate tracce “compatibili per dimensione e forma con la tipologia del nastro adesivo” ritrovato nella sua abitazione. Si riscontrerebbero anche tracce “compatibili con un’azione compressiva esercitata sulle vie aeree dall’esterno, volta alla chiusura delle stesse, tuttavia non produttiva di una condizione di asfissia mortale”. In conclusione, “il decesso non si è verificato per una condizione di tipo asfittico meccanico, ma è intervenuto per la insorta insufficienza miocardica, connessa ad una risposta soggettiva ad uno stimolo esterno, violento, di cui le lesioni sono testimonianza”.

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Per questo i medici legali affermano che “il decesso sia da porre in relazione agli effetti di un meccanismo mortale violento”. Non un omicidio volontario, dunque, ma con dolo eventuale. Per il gip infatti “il processo causale è stato innescato esclusivamente dalla condotta violenta degli indagati, senza la quale la morte di Nepa non si sarebbe verificata”. Inoltre “deve ritenersi che fossero informati, anche solo in termini generali, delle precarie condizioni di salute di Nepa (…) L’evento morte della vittima, pur non essendo una conseguenza auspicata della rapina, era stato sicuramente accettato dai correi, animanti (o meglio, accecati) dalla prospettiva di un consistente e agevole arricchimento in denaro, da conseguire ad ogni costo, anche quello della vita del ‘vecchio’”, scrive. 
 

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