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"Non fu una rapina, ma la vittima denunciò per ripicca", annullate 2 condanne in appello

Al centro del processo la vendita di un iPhone 5S. La proprietaria aveva raccontato di essere stata minacciata con un coltello e poi derubata del telefonino. Ma i giudici adesso hanno creduto alla versione dell'imputata, Vanessa Patricolo: "L'ho pagata con soldi falsi e si è inventata l'aggressione per vendetta"

La vittima aveva denunciato che una coppia le avrebbe puntato un coltello alla gola, dicendole “ti tagghiu i cannarozza”, per poi rapinarla di un iPhone 5S. Ed è proprio per rapina e ricettazione che Vanessa Patricolo, 27 anni, e il marito, Fabio Bertolino, di 28, erano stati condannati in primo grado con l’abbreviato rispettivamente a 2 anni e a 1 anno 9 mesi e 10 giorni. Una sentenza che ora invece è stata in parte annullata ed in parte ribaltata dalla seconda sezione della Corte d’Appello, presieduta da Filippo Messana: non vi sarebbe stata, infatti, alcuna rapina, secondo i giudici. Per questo per la donna il processo dovrà ripartire dal primo grado e con la contestazione di un altro reato, mentre l’uomo è stato del tutto assolto. Gli imputati sono difesi dagli avvocati Domenico Trinceri e Salvatore Sieli.

La Corte d’Appello non ha creduto al racconto della vittima, che più volte si sarebbe contraddetta, ma alla confessione dell’imputata, che invece in primo grado era rimasta inascoltata. Secondo la versione di Patricolo, la vittima si sarebbe vendicata inventandosi la rapina solo perché lei avrebbe in realtà acquistato il suo cellulare ma pagandolo con banconote false.

Al centro del processo c’è una storia “minima”. Patricolo, che assieme al marito, come lei stessa ha ammesso, era dedita a truffe on line, il 15 dicembre 2015, dopo aver visto un annuncio in rete su “subito.it” per la vendita di un iPhone, avrebbe preso appuntamento con la vittima all’altezza del ponte Oreto in modo da concludere l’affare. La stessa sera, la proprietaria del telefono aveva chiamato il 112 per denunciare di essere stata rapinata del telefono: “All’improvviso mi usciva dalla tasca destra un coltello puntandomelo in faccia e dicendomi ‘ti tagghiu i cannarozza’ e scappavano”, aveva riferito. Ma durante il processo non aveva poi confermato questo racconto e neppure la minaccia: “Inizialmente pensavo fosse un coltello, ovviamente non ho la conferma perché fu una questione di attimi ed eravamo al buio pesto… A me sembrava un coltello, ora esserne sicura, non lo sono… Mi ha detto: ‘Dammi il telefono’ e io l’ho consegnato”, questa la seconda versione. Anche il marito della donna peraltro ha poi negato di aver parlato di un coltello: “Io non ho parlato di coltello, ho detto è stato strappato il telefono dalle mani di mia moglie, la parola coltello non è uscita dalla mia bocca”, ha spiegato durante il processo.

“Il tenore altalenante delle affermazioni fatte dai coniugi – si legge nella sentenza d'appello – in ordine al preciso svolgimento della vicenda, unito alle segnalate contraddizioni tra quelle dell’uno e quelle dell’altra, fanno sorgere significative perplessità sull’effettiva attendibilità delle dichiarazioni rese, avvalorando inevitabilmente le dichiarazioni dell’imputata Patricola”. Proprio lei infatti aveva raccontato sin dall’inizio dell’appuntamento con la vittima per la vendita del cellulare: “Abbiamo scherzato un pochettino, io le ho dato i soldi e lei mi ha dato il cellulare e poi me ne sono andata. Non riesco a capire perché la ragazza ha detto che l’ho minacciata addirittura con un coltello… Non c’è stata nessuna minaccia e nulla, neanche coltello c’è stato… In poche parole forse la ragazza l’ha fatto per ripicca perché io le ho dato delle banconote false”. Ed è a questa versione che hanno creduto adesso i giudici, per questo la sentenza è stata annullata per la donna, che dovrà essere nuovamente processata ma sulla scorta della nuova ricostruzione dei fatti, mentre il marito è stato del tutto scagionato.

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