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Profughi siriani a Palermo, Orlando: "Questa è la loro casa"

Tre famiglie siriane che tra dicembre e febbraio hanno lasciato i campi profughi del Libano e raggiunto l’Italia grazie ai “corridoi umanitari”, hanno visitato Palazzo delle Aquile. Il sindaco: "Li abbiamo accolti nella casa dei palermitani"

Conoscere Palermo, la propria nuova città, cominciando dalla casa di tutti: la sede del Comune. Si è realizzato il 26 aprile scorso il desiderio espresso da tre famiglie siriane che tra dicembre e febbraio hanno lasciato i campi profughi del Libano e raggiunto l’Italia grazie ai “corridoi umanitari” promossi dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), dalla Tavola valdese e dalla Comunità di Sant’Egidio.  

Ad accompagnare le famiglie dal Ssindaco Leoluca Orlando sono stati gli operatori e la direttrice del Centro diaconale “La Noce”, “storico” istituto valdese che nell’ambito del progetto ospita presso le proprie strutture i tre nuclei familiari. Il Sindaco in persona ha guidato quest’insolita delegazione “valdo-siriana” alla scoperta di “Palazzo delle Aquile”: un piccolo viaggio nella storia di Palermo, attraverso le sale del luogo in cui si svolge la vita politica della città.  

“Palermo è la loro nuova casa – ha dichiarato la direttrice del centro Diaconale Anna Ponente -. Se accogliere è una responsabilità, ‘ricevere nella propria casa’ è un processo reciproco che implica disponibilità ed apertura alla conoscenza sia da parte di chi arriva che da parte di chi ‘accoglie’. Per questo le famiglie siriane hanno voluto questo incontro. Siamo stati felici di accompagnarli e ringraziamo il Sindaco per avere a sua volta condiviso il loro e nostro desiderio”.  

"La visita del Palazzo comunale da parte di questa piccola comunità siriana che vive a Palermo - ha detto Orlando - è un simbolo. Il simbolo di un impegno che a Palermo è collettivo per l'accoglienza e per far sì che tutti si sentano "a casa propria". L'impegno ad affrontare il tema e la quotidianità della migrazione certamente senza logiche securitarie e di chiusura, ma anche senza logiche puramente umanitarie ed assistenziali, in una ottica di riconoscimento ed arricchimento reciproco."

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