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Silvana Saguto durante una delle udienze - foto Ansa

Silvana Saguto durante una delle udienze - foto Ansa

Lo scandalo dei beni confiscati, condannata a 8 anni e mezzo l'ex giudice Silvana Saguto

La sentenza del tribunale di Caltanissetta, che ha disposto anche che l'imputata risarcisca con mezzo milione la presidenza del Consiglio dei ministri. Sette anni e mezzo all'avvocato Gaetano Cappellano Seminara e 3 anni all'ex prefetto di Palermo, Francesca Cannizzo. Tre gli assolti

"Te lo dico per esperienza, da figlio di magistrato, fino al terzo grado di giudizio ottomila magistrati ne difendono uno". Questo sosteneva Walter Virga, figlio del giudice Tommaso Virga e amministratore giudiziario in una delle intercettazioni dell'inchiesta che svelò lo scandalo sulla gestione dei beni confiscati. Oggi però il tribunale di Caltanissetta non ha seguito questa linea e ha condannato Silvana Saguto, ex presidente della sezione Misure di prevenzione del tribuanle di Palermo, a 8 anni e mezzo, a fronte di una richiesta del procuratore aggiunto Gabriele Paci e dei sostituti Maurizio Bonaccorso e Claudia Pasciuti di 15 anni e 4 mesi: è caduta l'accusa di associazione a delinquere. L'imputata dovrà anche risarcire mezzo milione di euro alla presidenza del Consiglio dei ministri che si è costituita parte civile.

Dopo oltre cinque ore di camera di consiglio, il tribunale di Caltanissetta, presieduto da Andrea Catalano, ha emesso il primo verdetto su una delle inchieste più rilevanti degli ultimi anni, ovvero quella che aveva messo in luce come uno dei presidi fondamentali della lotta alla mafia - ovvero la sezione che si occupa di togliere ai boss ciò che hanno di più caro: le loro case, i loro soldi e le loro aziende - sarebbe stato invece gestito in modo clientelare e come sarebbe avvenuta - per questioni di interesse economico - una sorta di spartizione delle amministrazioni giudiziarie.

La sentenza: 12 condanne e 3 assoluzioni

Oltre a Silvana Saguto (assistita dall'avvocato Ninni Reina e ormai radiata dalla magistratura), i giudici hanno condannato anche l'ex prefetto di Palermo, Francesca Cannizzo, a 3 anni, Lorenzo Caramma, marito dell'ex giudice, a 6 anni 2 mesi e 10 giorni, inflitti poi 7 anni e mezzo all'avvocato Gaetano Cappellano Seminara (difeso dall'avvocato Sergio Monaco). Condannati pure Walter Virga (un anno e 10 mesi), l'amministratore giudiziario Roberto Santangelo (6 anni 2 mesi e 10 giorni), il colonnello della Dia Rosolino Nasca (4 anni), il professore Roberto Di Maria (2 anni 8 mesi e 20 giorni), Carmelo Provenzano, professore dell'università Kore di Enna (6 anni e 10 mesi), la moglie Maria Ingarao (4 anni e 2 mesi), la cognata Calogera Manta (4 anni e 2 mesi), il figlio di Saguto, Emanuele Caramma (6 mesi).

Assolti invece il padre dell'ex magistrato, Vittorio Saguto, Aulo Gabriele Gigante (difeso dagli avvocati Enrico Tignini e Alessandro Sammarco) e il giudice Lorenzo Chiaramonte (difeso dall'avvocato Fabio Lanfranca). Per i primi due era stata la stessa accusa a chiedere l'assoluzione, mentre per il magistrato la Procura aveva chiesto una condanna a due anni e mezzo.

L'inchiesta

L'indagine era nata proprio a Caltanissetta, quando erano stati avviati degli accertamenti sulla gestione di una delle tante amministrazioni giudiziarie affidate da Saguto, nello specifico quella gestita proprio dal giovane Virga e legata ai beni sequestrati alla famiglia Rappa, come la "Nuova Sport Car". Quando i pm si accorsero che forse c'erano delle irregolarità, spedirono però gli atti a Palermo. Ma l'indagine tornò presto a Caltanissetta, visto che i magistrati del capoluogo si trovarono di fronte al coinvolgimento di loro colleghi in servizio in città.

Da quel momento furono messi sotto controllo i telefoni di Virga padre, di Saguto, ma anche quelli di suo marito, di Cappellano Seminara - che da anni lavorava con l'ex giudice alle Misure di prevenzione, gestendo decine di amministrazioni giudiziarie - e di Carmelo Provenzano. Microspie furono piazzate anche nello studio legale "Prodea" di Walter Virga e ovviamente nell'ufficio di Saguto all'interno del palazzo di giustizia. 

In una delle intercettazioni l'ex giudice si lamentava con i figli: "Dobbiamo parlare, perché la situazione nostra economica è arrivata al limite totale, non è possibile più... Voi non potete farmi spendere 12, 13, 14 mila euro al mese, non li abbiamo questi introiti perché siamo indebitati persi". Si scoprì poi, tra le tante cose, che Saguto avrebbe anche fatto la spesa senza pagare il conto in un'attività commerciale sequestrata, accumulando un debito di circa 18 mila euro.

Il processo

La sentenza emessa oggi mette un punto - in primo grado - a tre anni di processo, con oltre cento udienze e decine di testimoni. La vicenda di Silvana Saguto inizia nel settembre 2015, quando ci fu la prima perquisizione negli uffici dell'ex presidente della sezione Misure di prevenzione di Palermo. Oggi radiata dalla magistratura, secondo l'accusa "era a capo di un sistema perverso e tentacolare" di gestione dei beni sequestrati. Un sistema che, per i pm sarebbe stato composto da magistrati, avvocati, prefetti, vertici delle forze dell'ordine. 

Per la Procura nissena, l'ex giudice "era la figura centrale di un vincolo associativo stabile" comprovato dalla "frequenza dei rapporti dei soggetti". Silvana Saguto avrebbe "sfruttato e mortificato il suo ruolo di magistrato".  Per l'accusa l'ufficio della sezione di Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo "è stato trasformato in un ufficio di collocamento" e "gli amministratori giudiziari hanno avuto un comportamento predatorio".

Per la difesa dell'ex magistratro, invece, rappresentata dall'avvocato Ninni Reina, è stato imbastito un "processo anomalo, sia per quantità che per qualità". Da qui la richiesta di assoluzione "perché il fatto non sussiste".

Accuse e controaccuse

Dal canto suo, Silvana Saguto, ha rivendicato una condotta onesta e ha anche citato i giudici Falcone e Borsellino come suoi punti di riferimento: "Ho organizzato i confronti tra Riina e collaboratori di giustizia come Buscetta, Mutolo e Marchese. Mi sono formata e cresciuta accanto a uomini come Rocco Chinnici, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino che, tengo a ricordare, mi voleva un bene incredibile".

Non sono mancati i colpi di scena. In una delle udienze, l'ex presidente delle Misure di prevenzione si è presentata con in mano un'agendina blu. Non un blocchetto qualsiasi, ma quello in cui  - a suo dire - avrebbe annotato i nomi delle persone caldeggiate per gli incarichi e i loro relativi "padrini", ovvero altri magistrati. L'agenda però non è mai stata messa agli atti e l'accusa ha tagliato corto: "Avrei preferito che l'agenda oggi venisse depositata al ricordo ma così non è stato. Sarebbe stato più elegante che agitarla...".

Non solo Silvana Saguto

La Procura ha chiesto la condanna a 9 anni e 10 mesi Caramma, marito di Saguto, e 6 mesi per il figlio Emanuele. Per l'avvocato Cappellano Seminara, chiesti 12 anni e 3 mesi di reclusione, per Provenzano 11 anni e 10 mesi, per Santangelo 10 anni e 11 mesi, per Virga, 2 anni, per Di Maria 4 anni e 4 mesi, per Ingrao 5 anni, per Manta 4 anni e mezzo, per Nasca 8 anni, per Cannizzo 6 anni, per Chiaramonte 2 anni e mezzo. La Procura aveva anche chiesto due assoluzioni: per Aulo Gabriele Gigante e per il padre di Saguto, Vittorio.

Prima della conclusione della requisitoria, l'accusa aveva anche chiesto la trasmissione degli atti per falsa testimonianza nei confronti di 14 testi che hanno deposto. Tra loro figurano l'ex prefetto Stefano Scammacca, i magistrati Giuseppe Barone e Daniela Galazzi, l'amministratore giudiziario Giuseppe Rizzo, gli avvocati Vera Sciarrino, Alessio Cordova e Dario Majuri, i commercialisti Roberto Nicitra e Gianfranco Scimone, gli impiegati della Motor Oil Dario e Giuseppe Trapani, e tre collaboratori del professore Provenzano, Laura Greca, Marta Alessandra e Alessandro Bonanno. 

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