Cronaca

Pediatra morto nel fango a Corleone insignito del premio "Medico di Carità"

Riconoscimento assegnato alla memoria. La moglie Floriana Di Marco, lo ricorda come "marito, padre, figlio, fratello, amico, medico e collega amorevole" che non ha mai ceduto "alla tentazione attuale del modello di uomo di successo"

Giuseppe Liotta

"Lui è stato ogni giorno marito, padre, figlio, fratello, amico, medico e collega amorevole, senza cedere alla tentazione attuale del modello di uomo di successo, che valorizzando solo alcuni aspetti della vita compie il sacrificio di altri e, insieme a questi, di se stesso. Non solo un 'medico di Carità' quindi, che sapeva ascoltare, intervenire, curare e guarire, ma prima di tutto un uomo 'pieno' e liberamente ispirato a Gesù Cristo". Sono le parole usate da Floriana Di Marco, moglie di Giuseppe Liotta, il pediatra palermitano morto a novembre travolto dal fango mentre stava andando a lavorare in ospedale a Corleone. A Liotta è stato assegnato il premio "Medico di Carità" alla memoria e la vedova, assente alla cerimonia, ha inviato una commossa lettera agli organizzatori

"La Carità per mio marito - ricorda la donna - non era filantropia, ma l’aspirazione ad una relazione che, seppur segnando il limite umano, apre alla grandezza di Dio e del cielo. Una porta che nell’amore si schiude all’immenso e gli permette di entrare nella piccolezza della vita di ogni giorno consentendogli, attraverso ognuno di noi, di trasformarsi in calore, luce, cura, attenzione e speranza per chi ci circonda. Questa relazione era il primo atto medico di mio marito. A questo punto qualsiasi esperienza radicata nella Carità può esprimere il suo più alto grado di maturità, perché la Carità tutto unisce e rende prossimo, in un equilibrio perfetto tra le parti".

Di Carlo, così come fatto già nel giorno del funerale del marito, allontana l'etichetta da "eroe". "Non so  - prosegue la donna - quanti sanno che quella sera mio marito non era l’unico medico su quella strada, dimenticata più dagli uomini che da Dio, a cercare di raggiungere il proprio posto di lavoro nelle medesime condizioni di allerta. Penso sempre che questa sia un’altra cosa che vorrebbe che tutti sapessero, non solo per essere giusto nei confronti di altri colleghi che a differenza sua non sono stati meno meritevoli, solo più fortunati, ma anche per invitare a rinnovare la fiducia in una professione, quella medica, che ho avuto l’onore di condividere con lui nel nostro pane quotidiano, e in cui spesso ormai si rischia la vita, per derive violente, anche nelle sale dei Pronto Soccorso e nelle corsie".

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