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Pino Maniaci tra i suoi avvocati, Antonio Ingroia e Bartolomeo Parrino

Pino Maniaci tra i suoi avvocati, Antonio Ingroia e Bartolomeo Parrino

"Diffamazione sì, ma nessuna estorsione", Pino Maniaci condannato a un anno e 5 mesi

Dopo 8 ore di camera di consiglio, il giudice monocratico ha assolto il direttore di Telejato dall'accusa di aver chiesto denaro e ricattato diversi politici per evitare la diffusione di notizie compromettenti in tv, ritenendo fondata invece quella di aver leso la reputazione di altre persone. La Procura aveva invocato una condanna a 11 anni e mezzo

Diffamazione sì, ma nessuna estorsione. Questo ha stabilito il giudice della seconda sezione del tribunale monocratico, Mauro Terranova, al termine del processo a carico del direttore di Telejato, Pino Manaci, difeso dagli avvocati Antonio Ingroia e Bartolomeo Parrino. Dopo quasi otto ore di camera di consiglio, ha deciso infatti di condannarlo alla pena di un anno e cinque mesi e al risarcimento delle persone di cui avrebbe leso la reputazione, e di assolverlo con la formula "perché il fatto non sussiste" dalle accuse più gravi legate alle richieste di denaro e ai ricatti ad alcuni politici per evitare di diffondere notizie infamanti sul loro conto.

Il giudice non ha quindi accolto completamente la pesante richiesta di condanna - a undici anni e mezzo di carcere - formulata dal sostituto procuratore Amelia Luise, che poggiava anche su una serie di intercettazioni compiute dai carabinieri, oltre che sulle testimonianze di alcune delle presunte vittime. Sono state disposte anche delle provvisionali, a titolo di risarcimento, per le persone che sarebbero state diffamate da Maniaci e che si sono costituite parte civile contro di lui: settemila euro per Elisabetta Liparoto, ex presidente del Consiglio comunale di Borgetto (difesa dall'avvocato Salvatore Citrano) e cinquemila euro ciascuno per i giornalisti Michele Giuliano, Nunzio Quatrosi e Gaetano Porcasi (assistiti dall'avvocato Salvatore Bonnì). Anche l'ex sindaco di Borgetto, Gioacchino De Luca (difeso dall'avvocato Salvatore Palazzolo) è parte civile, ma per lui il giudice ha rimesso tutto al tribunale civile.

Maniaci - che aveva sempre respinto le accuse della Procura - noto per le sue battaglie contro la mafia e il malaffare, si era occupato anche della gestione dei beni confiscati da parte della sezione Misure di prevenzione del tribunale, quando era presieduta dall'ormai ex giudice Silvana Saguto ed era finito nei guai nel 2016: era stato coinvolto nell'inchiesta insieme a diversi mafiosi, poi processati a parte. Maniaci interpretò l'indagine sul suo conto proprio come una ritorsione per aver svelato cosa sarebbe accaduto con i beni confiscati e parlò di "vendetta della Procura".

Secondo l'accusa, Maniaci, che era stato intercettato dai carabinieri, in cambio di una linea "morbida" da parte di Telejato avrebbe estorto denaro ai sindaci dei Comuni di Partinico e Borgetto, Salvo Lo Biundo e Gioacchino De Luca, e anche imposto all'ex assessore di Borgetto, Polizzi, di acquistare magliette col logo della tv per 2 mila euro.

Per gli inquirenti, l'imputato avrebbe utilizzato per lo più la minaccia di accostare gli amministratori pubblici alla mafia ed era persino arrivato ad affermare in diretta, durante un tg ad agosto del 2014, che il sindaco di Borgetto De Luca, il vicesindaco Vito Spina e il presidente del Consiglio comunale, Elisabetta Liparoto, in occasione di un viaggio istituzionale negli Usa, avrebbero incontrato in aeroporto "i figli del boss Ciccio Rappa di Borgetto e altri esponenti del clan Vitale di Partinico" e che "a loro della Madonna di Romitello non interessava niente, sono andati in America per accordarsi con la mafia americana".

Sempre durante un tg, a dicembre del 2015, Maniaci avrebbe poi pesantemente denigrato e offeso la reputazione dei tre giornalisti. Il giudice ha ritenuto fondate soltanto queste accuse di diffamazione e non quelle di estorsione.

Polizzi davanti al giudice aveva effettivamente negato di aver ricevuto minacce e pressioni da parte del direttore di Telejato e anche Lo Biundo in aula aveva spiegato che "non ci sono mai stati buoni rapporti con lui (Maniaci, ndr), ricevevo continui attacchi mediatici da parte della sua emittente, denigrava l'immagine del politico di turno che per lui rappresentava il malaffare". Ma non aveva fatto alcun cenno a ricatti e minacce.

La richiesta di condanna a 11 anni e emzzo era stata ritenuta "eccessiva" e "spropositata" perché è una pena che "di solito si chiede per un capomafia", aveva detto l'avvocato Ingroia, aggiungendo: "Questo è uno di quei casi in cui il pm avrebbe dovuto chiedere l'assoluzione dell'imputato tenendo conto del risultato dibattimentale", in cui "tanti testi e presunte persone offese per primi hanno detto di non aver subito nessuna estorsione". Il giudice ha sostanzialmente accolto questa chiave di lettura.

Le reazioni

"La Procura di Palermo ci fa una figura di m... Io in questi anni sono stato distrutto, volevano distruggere la mia televisione ma non ci sono riusciti. E continuerò a fare il giornalista". Lo ha detto all'Adnkronos il giornalista di Telejato Pino Maniaci uscendo dal tribunale: "Sono stati cinque anni difficili ma ora o castello di accuse si è disgregato - dice - L'accusa di estorsione per un giornalista è molto pesante. La richiesta a 11 anni e mezzo come un Marcello Dell'Utri era molto pesante. Per Uno che ha la coscienza a posto e sa di non avere mai fatto alcuna estorsione - aggiunge - è stato pesante, ha macchiato l'immagine di una tv". Maniaci era considerato un simbolo dell'antimafia. "Ma io non mi ci sono mai sentito, era una etichetta che mi avevano appioppato - dice - credo che tutti i giornalisti siano contro la mafia. Certo quella immagine perduta non la riprenderemo più. Noi facevamo venire giovani a fare esperienza nella Nostra tv, una cosa meravigliosa".

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