Non stuprò e non fece prostituire una ragazzina, assolto dopo 5 anni: "L'amavo, mi ha infangato"

Pietro Anello era stato arrestato nel 2015 dopo che una romena di 17 anni lo aveva accusato di averla adescata sui social e costretta a subire ogni sorta di violenza. Ha trascorso due anni tra carcere e domiciliari anche per tratta e riduzione in schiavitù. Per i giudici è innocente

"Io l'amavo e tenevo a lei, mi ha infangato...". A Pietro Anello, 56 anni, l'amore per una giovane romena - risultata poi minorenne - è costato decisamente caro: un arresto e un processo per reati gravissimi (tratta, riduzione in schiavitù, induzione e sfruttamento della prostituzione minorile e violenza sessuale aggravata), nonché quasi due anni trascorsi tra carcere e domiciliari. Adesso, però, a cinque anni dai fatti, è stato del tutto scagionato, con la formula "perché il fatto non sussiste": la seconda sezione del tribunale non ha infatti creduto al terribile racconto della ragazza ed ha respinto la richiesta di condanna a ben sedici anni di carcere invocata dalla Procura.

Le versioni emerse durante il dibattimento sono inconciliabili: da una parte c'è una donna che sostiene di essere stata adescata su Facebook quando aveva 17 anni, portata in Italia, segregata e stuprata in casa e infine costretta a prostituirsi lungo i viali della Favorita; dall'altra, c'è un uomo, un cuoco che ha girato il mondo e che oggi gestisce un allevamento di mastini napoletani, separato e padre di due figli grandi, che dice di aver conosciuto la ragazza proprio alla Favorita, di non aver mai saputo che fosse minorenne (in effetti aveva 17 anni e 8 mesi) e di aver avviato con lei una normale relazione sentimentale. Il collegio presieduto da Roberto Murgia, accogliendo le tesi dei difensori degli imputati, gli avvocati Mario Caputo e Nicola Nocera, ha creduto alla seconda.

Anello venne fermato il 31 luglio del 2015 dalla polizia, coordinata allora dal sostituto procuratore Alessia Sinatra. All'improvviso si era ritrovato accusato di aver violentato la presunta vittima, di averla sequestrata in casa, lasciandola libera di uscire solo per vendere il suo corpo. Era rimasto in carcere fino a dicembre e poi era riuscito ad ottenere gli arresti domiciliari, dove era rimasto però per altri quindici mesi.

Anello ha sempre negato le accuse della giovane e con indagini difensive i suoi avvocati - che ora valutano di richiedere il risarcimento per ingiusta detenzione oltre che la possibilità di denunciare per calunnia la presunta vittima - sono riusciti a dimostrare che il racconto della ragazza fosse privo di riscontri. Inoltre, secondo loro, lei si sarebbe inventata tutto perché era rimasta incinta di un altro uomo mentre viveva con l'imputato.

In primo luogo, grazie a degli accertamenti informatici, è stato escluso che vi siano mai stati contatti tra la giovane e Anello sui social (non vi sarebbe stato quindi alcun adescamento). Mentre lei racconta di aver conosciuto l'imputato a gennaio del 2015, lui sostiene di averla invece incontrata a marzo. Dopo un periodo di frequentazione, i due sarebbero andati a vivere insieme. I vicini, sentiti sempre dalla difesa, hanno confermato di aver visto la ragazza uscire anche da sola dall'abitazione (dato incompatibile con l'ipotesi della riduzione in schiavitù). Non solo. Anello nel periodo in cui viveva con lei era stato anche a Napoli e, se davvero la presunta vittima fosse stata trattata come ha raccontato, rimasta sola per qualche giorno, avrebbe avuto certamente il modo di chiedere aiuto. Non l'avrebbe mai fatto.

Di più. Come hanno sostenuto gli avvocati, la ragazza aveva un cellulare (che gli aveva regalato l'imputato) e usava regolamente il computer di Anello: nonostante i tanti contatti con la famiglia e anche con amici, non avrebbe mai manifestato di avere problemi e di trovarsi in una situazione orribile come quella che invece aveva poi denunciato. Inoltre, in tanti scatti, pubblicati da lei su Facebook, appare tranquilla, anche in compagnia di quello che sarebbe stato invece un crudele aguzzino.

La straniera, quando denunciò Anello, riferì agli investigatori di essere riuscita a scappare in un momento in cui lui sarebbe stato distratto. La difesa ha ricostruito altro: la donna sarebbe sì scappata, portandosi via peraltro diversi oggetti dell'imputato, tra cui il computer, ma si sarebbe poi trasferita per una settimana in casa di una coppia di anziani. Lui l'aveva rintracciata e convinta a tornare a casa. Dopo quindici giorni era poi andata alla polizia per denunciarlo. Gli avvocati avevano anche rintracciato l'anziana che aveva ospitato la giovane ed aveva confermato la versione dell'imputato. Tuttavia non è stato possibile sentirla durante il dibattimento perché nel frattempo è deceduta.

"Io tenevo a lei", ha ripetuto tante volte Anello ai suoi difensori. L'uomo non si aspettava evidentemente ciò che poi è accaduto. Un dramma nel dramma: "E' stato infangato ed esposto al pubblico ludibrio - spiega l'avvocato Caputo - e questa storia ha pregiudicato non solo la sua vita famigliare, ma anche quella lavorativa. Per due anni è stato privato della sua libertà e accusato di reati gravissimi, ma era innocente".

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