Martedì, 27 Luglio 2021
Cronaca Uditore-Passo di Rigano

"Picchiato e sequestrato per il furto di una bici", tra i 4 condannati c'è pure la vittima

Manuel Di Caccamo era stato prima pestato e poi caricato in una macchina a Capaci. Aveva raccontato di una lite per una storia di "femmine", ma poi si era scoperto che si sarebbe messo d'accordo con i suoi aggressori sulla versione da fornire ai carabinieri. Il raid era invece legato al mezzo portato via da un palazzo dell'Uditore

Un frame del video del pestaggio avvenuto a Capaci

Sequestrato e pestato perché accusato (ingiustamente) di aver rubato una bicicletta elettrica in un condominio dell'Uditore. Così intimorito da concordare una versione di comodo da riferire ai carabinieri con i suoi stessi aggressori e da passare da vittima a favoreggiatore. Oggi il giudice della seconda sezione del tribunale monocratico ha condannato sia il ragazzo picchiato, Manuel Di Caccamo, che il branco che lo avrebbe prima prelevato in una strada di Capaci e poi caricato in una macchina e malmenato.

Nello specifico, a Di Caccamo sono stati inflitti due anni per favoreggiamento, tre anni a Domenico Lo Verso, tre anni e mezzo al compagno di sua madre, Vincenzo Mira, e quattro anni ad Alessio Tomaselli. Il giudice Lorenzo Matassa ha accolto le richieste del procuratore aggiunto Ennio Petrigni e del sostituto Alfredo Gagliardi, che avevano coordinato le indagini dei carabinieri.

Le immagini del pestaggio e del rapimento | video

La vicenda risale al 20 luglio del 2019 e venne denunciata dal sindaco di Capaci, Pietro Puccio, che aveva assistito al sequestro di Di Caccamo in via Vittorio Emanuele. Pochi mesi dopo, a settembre, gli investigatori erano riusciti ad individuare gli imputati e Lo Verso, Mira e Tomaselli erano finiti agli arresti domiciliari. I carabinieri avevano sentito anche la vittima che aveva riferito di una lite legata ad una storia di "femmine" e di una "taliata" di troppo che avrebbe rivolto alla compagna di Lo Verso. Una versione che non aveva mai convinto nessuno.

Analizzando i cellulari degli imputati, infatti, era venuta fuori tutta un'altra storia: il furto della bici all'Uditore, le indagini sommarie condotte dal branco, le accuse infondate contro Di Caccamo, ma anche il patto sulle dichiarazioni da rendere agli inquirenti.

Pochi giorni dopo il pestaggio, come aveva ricostruito la Procura, Lo Verso avrebbe infatti mandato su Whatsapp alla vittima fotogrammi di video estratti dal sistema di sorveglianza del condominio dell'Uditore, ribadendo "la sua convinzione che la persona ripresa mentre portava via la bici fosse proprio lui, cioè Di Caccamo, che invece negava fermamente di essere responsabile del furto".

Successivamente "Lo Verso e Mira commentavano la situazione manifestando dei dubbi circa la corretta identificazione dell'autore ma, una volta contattata la vittima, Lo Verso assumeva un atteggiamento di totale chiusura, invitando il ragazzo a prodigarsi in ogni caso tramite amicizie per il recupero del mezzo". Insomma, come avevano sottolineato anche i giudici del Riesame, dalle conversazioni veniva fuori che il pestaggio era stato compiuto nonostante non vi fosse il dubbio che Di Caccamo potesse essere la persona sbagliata e che non c'entrasse nulla col furto. Gli arresti, peraltro, avrebbero evitato un'altra spedizione punitiva, perché le false accuse mosse alla vittima avrebbero scatenato l'ira dei suoi parenti che sarebbero stati pronti ad intervenire.

Una ricostruzione che in seguito sarebbe stata confermata anche dagli stessi imputati che oggi sono stati condannati a vario titolo per sequestro di persona, lesioni e favoreggiamento.

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