Partorì tre gemelli, ma due morirono e l'altro è disabile: no al risarcimento da 4 milioni

I piccoli erano nati a giugno del 2003 all'ospedale Ingrassia e i genitori quattro anni fa avevano chiesto i danni all'Asp e a due medici. Secondo il giudice, però, all'epoca dei fatti non c'erano in Italia tecniche sanitarie adeguate per evitare l'accaduto

A 33 anni, già madre di un bambino, era rimasta incinta di tre gemelli. La loro nascita, avvenuta a poco più del settimo mese di gravidanza, si era però rivelata una tragedia: due dei piccoli erano infatti venuti al mondo morti e l'unico sopravvissuto si era ritrovato con una gravissima disabilità. Il parto cesareo d'urgenza era avvenuto all'ospedale Ingrassia e per questo la donna, assieme al marito, aveva chiesto un risarcimento di oltre 4 milioni all'Asp e a due medici che l'avevano avuta in cura. Un'istanza che adesso è stata rigettata dal giudice della terza sezione monocratica del tribunale civile, Monica Montante: all'epoca dei fatti, cioè a giugno del 2003, non erano infatti disponibili in Italia tecniche mediche in grado di evitare l'accaduto. Non vi sarebbero quindi responsabilità da parte dell'azienda sanitaria (difesa dall'avvocato Diego Ferraro, nella foto) e dei suoi due dipendenti.

avvocato Diego Ferraro-2La vicenda risale a 17 anni fa e i genitori avevano avviato l'azione civile nel 2016, chiedendo 3 milioni 322.633 euro per i gravi problemi neuromotori di cui soffre l'unico bambino rimasto in vita, 655.980 euro per loro e 142.420 euro per un altro figlio che oggi ha 23 anni, anche in relazione alla perdita dei due gemellini, per una somma complessiva di 4 milioni e 121.033 euro. Ma, come ha stabilito il tribunale anche sulla scorta di una perizia "all'epoca in cui si sono svolti i fatti non era accessibile in Italia la tecnica laser" necessaria per poter risolvere il problema che si era determinato durante il parto.

La mamma, il 7 giugno 2003, quando era alla ventinovesima settimana di gravidanza, aveva fatto un'ecografia all'ospedale Cimino di Termini Imerese. Dall'esame era emerso che uno dei tre bimbi che portava in grembo era morto. Per questo era stata ricoverata all'Ingrassia, dove il giorno successivo, con un parto cesareo urgente, aveva dato alla luce anche gli altri gemelli, uno morto e l'altro con gravi problemi di salute. Secondo i genitori, tutto questo avrebbe potuto essere evitato se i medici avessero operato correttamente, non solo monitorando meglio la gravidanza, ma anche anticipando di alcune settimane il parto.

I periti nominati dal giudice hanno messo in evidenza prima di tutto che una gravidanza di questo tipo "è considerata una gravidanza a rischio materno-fetale molto elevato a gestione complessa" e che "la morte di uno o due gemelli risulta un evento ad esiti sfavorevoli nei confronti del cogemello", ma anche che "la morte in utero di un gemello si può verificare nel 2-7 per cento delle gravidanze gemellari; il rischio è 3-6 volte più alto nelle gravidanze monocoriali". Hanno poi stabilito che "la causa biologica produttrice dell'evento lesivo deve essere individuata nella Sindrome da trasfusione feto fetale (Ttts), insorta nella gravidanza trigemina e produttrice sostanzialmente della concatenazione degli accadimenti biologici responsabili della morte dei due feti e del quadro di disabilità neurologica del piccolo nato prematuro". E hanno poi precisato che "è d'obbligo sottolineare che all'epoca in cui si sono svolti i fatti non era accessibile in Italia la tecnica laser per il trattamento della Ttts. In altri termini - scrivono i periti - qualora si fosse intervenuti precocemente in occasione del riscontro di una Ttts, la strategia da porre in essere sarebbe stata unicamente quella del parto prematuro. Tuttavia anche ecografie seriate non riescono ad intercettare il momento di insorgenza della Ttts e ad impedirne quindi i danni al gemello che sopravvive". In poche parole, nel caso al centro della causa, i medici avrebbero avuto ben poco da fare per salvare i bambini.

Per gli esperti, poi, neanche eseguire il parto "a 25-26 settimane o comunque in epoca inferiore alle 28 settimane avrebbe garantito un esito differente della vicenda". Dunque, concludono, "non sussiste un nesso di causa tra la condotta censurata e l'evento occorso". 
I periti, replicando agli argomenti dei difensori della coppia, hanno inoltre sottolineato che "nel 2003 la coagulazoone laser delle anastomosi placentari (la tecnica che sarebbe stata utile per salvare i bambini, ndr) era una tecnica innovativa agli inizi, eseguita solo su selezionatissimi casi sperimentali, non ancora accessibile in Italia", ribadendo che "la possibilità di trattamento per la patologia della madre fosse l'espletamento del parto che tuttavia anche se effettuato prima di quanto occorso nel caso in esame, non avrebbe determinato un esito differente della vicenda".

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Sulla scorta di questi elementi, il giudice nella sentenza afferma: "All'epoca in cui si sono svolti i fatti, detta evenienza non poteva essere gestita in maniera tale da evitare quanto occorso, stante la mancanza di riferimenti in grado di sostenere in termini di possibilità scientifica un diverso esito della vicenda" e conclude che "le domande risarcitorie devono essere rigettate stante l'insussitenza di un nesso causale tra le conseguenze lesive sofferte dal piccolo e una condotta negligente, imprudente e/o imperita del personale sanitarioa dell'Asp".
 

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