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Sabato, 27 Novembre 2021
Cronaca

Quando l'esercito italiano uccise i palermitani stremati dalla fame: ricordata la "strage del pane"

Il 19 ottobre 1944, in una città devastata dalla guerra, i soldati della divisione Sabauda spararono sulla folla che manifestava in via Maqueda contro il carovita e la mancanza di cibo, uccidendo 24 persone e ferendone altre 158. Gli indipendentisti: "Con il loro sacrificio, le vittime hanno contribuito alla libertà di tutti i siciliani"

Pane e lavoro: questo chiedevano i palermitani che nel lontano 19 ottobre 1944 manifestavano in via Maqueda, davanti a Palazzo Comitini, allora sede della prefettura. Ricevettero bombe a mano e raffiche di proiettili sparati con fucili da guerra da una cinquantina di militari del Regio esercito italiano della divisione Sabauda, che in Sicilia a quel tempo svolgevano funzioni di agenti di pubblica sicurezza.

Fu una strage, la "strage del pane". Una tempesta di fuoco contro una folla d'innocenti: morirono in 24, altre 158 persone rimasero ferite, tra questi anche donne e bambini. Una manifestazione pacifica finita in un bagno di sangue. Questa mattina, nell'atrio di Palazzo Comitini, oggi sede della Città metropolitana, come ogni anno, si è svolta la cerimonia di commemorazione delle vittime della ferocia di "uno Stato che in 84 anni di Unità d'Italia aveva ridotto la Sicilia in colonia di sfruttamento al servizio dell'imperialismo interno". 

A scriverlo è il centro studi "Andrea Finocchiaro Aprile" che, nel 77esimo anniversario della strage del pane, ripropone "l'esigenza che, in ogni città della Sicilia e soprattutto a Palermo e vi siano monumenti, lapidi, strade e piazze che ricordino tutte quelle povere vittime che, con il loro sacrificio, hanno dato un contributo notevole nella lotta alla libertà, per la giustizia, per lo sviluppo economico e civile, per il progresso, per la crescita democratica e per il diritto al futuro di tutto il popolo siciliano".

Queste parole vergate da Pippo Scianò (nella foto a destra) - presidente del centro studi "Andrea Finocchiaro Aprile", nonché pippo sciano-2 indipendentista della vecchia guardia - e dal suo vice Giacomo Gibellina riaprono una pagina di storia che i governi dell'epoca sin dall'inizio provaroo ad occultare: "Le circolari, le direttive, le istruzioni e gli ordini che venivano impartiti dal governo alle prefetture e alle questure e ai comandi dei reparti dell'esercito parlavano chiaro: in Sicilia si doveva usare il pugno di ferro contro i siciliani, ribelli o no che fossero".

"Averebbero parlato chiaro - dicono Scianò e Gibellina - le lettere che gli agenti della polizia postale, addetti al controllo e alla censura della corrispondenza che passava dalla posta centrale di Palermo, avevano sequestrato e destinato alla immediata e totale distruzione, in quanto alcuni testimoni oculari avevano raccontato per iscritto a parenti e amici fatti connessi alla strage di via Maqueda. Fatti sui quali, invece, incombeva il silenzio". Fino a quando un funzionario siciliano non disobbedì agli ordini e cominciò a conservare, segretamente e per diversi anni, quelle lettere.

Le lettere, tramite persone di fiducia, arrivarono poi allo scrittore Sandro Attanasio che, 40 anni dopo, nel 1984 le pubblicò nel libro "Gli anni della rabbia - Sicilia 1943-1947". "Fu così infranto - aggiungono gli indipendentisti - il muro del silenzio e della disinformazione".

Fu così che vennero a galla quegli anni bui di una Palermo devastata dalla guerra e dai bombardamenti che avevano reso inagibili la maggior parte delle abitazioni del centro storico. Gli anni dell'intrallazzo, della mafia che riprendeva quota, della fame nera, della mancanza di acqua e corrente elettrica, del carovita, che aveva spinto quella folla di manifestanti di variegata composizione (dagli straccioni agli impiegati) a urlare la loro rabbia contro il governo italiano e contro le autorità che lo rappresentavano in Sicilia.    

"Quella del 19 ottobre 1944 è una data che resta segnata nella storia della nostra città: si tratta di una delle pagine più tristi della storia di Palermo. La strage del pane è simbolo di sacrificio estremo per rivendicare il rispetto dei diritti basilari, la libertà, il lavoro, la dignità delle persone". Così il sindaco Leoluca Orlando che - accompagnato da Antonella Marascia e Marianna Mirto, rispettivamente segretario generale e capo di gabinetto dell'ex Provincia, ha deposto una corona di fiori davanti alla lapide che riporta i nomi dei 24 caduti in via Maqueda sotto il colpi dell'esercito italiano. 

"La guerra era finita - ricorda Orlando - ma non erano finiti i disagi legati alla seconda guerra mondiale e il bisogno dei cittadini non trovò da parte delle autorità del tempo la risposta adeguata, trovò invece il piombo e le armi a considerare un popolo che ha bisogno come un popolo da distruggere e da uccidere. E' una strage che pesa come un’ombra sulla nostra città e fare memoria è anche un invito ad avere un atteggiamento diverso nei confronti di chi ha bisogno in tempi difficili". 

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