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Sabato, 20 Aprile 2024
Cronaca

Operò la paziente alla gamba sbagliata e poi falsificò la cartella, condannato ex primario

Diventa definitiva la sentenza a carico di Claudio Castellano in relazione all'intervento eseguito a settembre del 2012 a Villa Sofia. La paziente, poi deceduta per un tumore, era caduta e si era rotta il femore destro, ma per un errore uscì dalla sala operatoria con una protesi ad entrambi gli arti

Era caduta mentre era ricoverata in ospedale per un tumore e si era rotta un femore. Dopo l'intervento chirurgico, però, uscì dalla sala operatoria con due protesi, una alla gamba effettivamente fratturata, la destra, e un'altra a quella sana. L'allora primario del reparto di Ortopedia di Villa Sofia, Claudio Castellano, falsificò poi la cartella clinica per cercare di mascherare l'errore. Adesso per lui la condanna a un anno (pena sospesa) è diventata definitiva: la quinta sezione della Cassazione ha infatti dichiarato inammissibile il suo ricorso.

Una storia surreale, quella di cui rimase vittima Mattea Giovanna Mancuso, 70 anni, deceduta per il tumore poco dopo l'operazione al femore. La donna era stata ricoverata alla Medicina dell'ospedale Cervello il 19 settembre del 2012 per la grave malattia che l'affliggeva ed era caduta mentre andava in bagno, rompendosi il femore destro. Venne così trasferita all'Ortopedia di Villa Sofia per essere operata.

L'intervento venne eseguito il 21 settembre del 2012 e, pur avendo una sola gamba rotta, la paziente si ritrovò con due protesi applicate ad entrambi i femori, anche a quello sano. Dopo un esposto anonimo, la Procura avviò un'indagine e venne fuori che la donna era stata operata alla gamba sbagliata e anche che la sua cartella clinica era stata falsificata per cercare di nascondere l'errore.

L'ex primario Castellano era stato condannato sia in primo che in secondo grado a un anno, con la sospensione della pena, per falso. Ha poi presentato ricorso in Cassazione, anche per chiedere la non menzione della condanna nel certificato penale. Il collegio presieduto da Carlo Zaza ha però rigettato tutte le richieste del medico.

Nella motivazione, i giudici scrivono che "già il tribunale aveva escluso la leggerezza o la negligenza dell'agente, pertinentemente argomentando circa le ragioni, di ordine tecnico, che consentono di escludere, sulla base di quanto riferito dai periti, che il ricorrente, esperto primario ortopedico, non si fosse reso conto dell'assenza della frattura al femore sinistro, erroneamente assoggettato a intervento di chirurgia e segnalando l'accorgimento adottato dall'imputato nella redazione della scheda di sala operatoria".

Inoltre, rimarca la Suprema Corte "sull'iniziale atteggiamento soggettivo di buona fede, si innestò nel corso dell'intervento eseguito sull'arto sinistro la consapevolezza circa l'assenza di una frattura, che rende consapevole e, dunque, assistita da dolo, la falsa indicazione della diagnosi nella scheda 1704 del 21 settembre 2012. Con l'ulteriore, pertinente, argomentazione che, anche a volere escludere che, per stanchezza, il ricorrente si fosse reso conto, intervenendo sull'arto sano, dell'errore commesso, egli doveva quantomeno essersi rappresentato (in termini di dolo eventuale) l'errore nel momento in cui il personale di sala operatoria gli fece notare che tutte le attrezzature di sala erano state predisposte per un intervento sul femore di destra".

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