"L'Opera pia Ruffini è pienamente attiva: illegittimi i licenziamenti", reintegrati 14 lavoratori

I giudici, con tre diverse sentenze, hanno condannato l'ente presieduto dall'arcivescovo Corrado Lorefice: avrebbe esternalizzato la manodopera e, a dispetto della crisi con cui nel 2018 erano stati motivati gli allontanamenti, in meno di un anno avrebbe incassato 700 mila euro

Una delle proteste dei lavoratori dell'Opera pia Ruffini dopo i licenziamenti (foto archivio)

Non solo dovranno essere risarciti con dodici stipendi perché il loro licenziamento sarebbe illegittimo, ma dovranno anche essere reintegrati. E' una vittoria su tutta la linea quella di quattordici dipendenti dell'Opera pia Cardinale Ruffini, l'ente presieduto dall'arcivescovo Corrado Lorefice, che - dopo essere stati allontanati nel 2018 - ora dovranno invece tornare in servizio, come hanno stabilito tre diverse sentenze del tribunale del Lavoro emesse dai giudici Paola Marino, Fabio Civiletti e Martino Dante. Dai provvedimenti - con i quali sono state in buona parte accolte le tesi degli avvocati Nadia Spallitta e Leonardo Giglio - l'Ipab (che persegue indirizzi religiosi, anche di aiuto ai bisognosi) viene però dipinto quasi come una qualsiasi azienda, che avrebbe licenziato in tutto 42 lavoratori, soltanto con lo scopo di esternalizzare la manodopera o, per dirla con le parole dei giudici, per proseguire le "attività in cui impiega personale esterno in luogo di quello licenziato". L'istituto è stato anche condannato a pagare le spese processuali.

A febbraio dell'anno scorso, al termine della fase sommaria del giudizio, era stata emessa un'ordinanza che riconosceva l'illegittimità dei licenziamenti collettivi (condannando l'Opera pia a versare diciotto stipendi a ciascuno dei dipendenti), ma non era stata accolta la richiesta di reintegra, ritenendo che l'attività dell'Ipab fosse totalmente cessata. Adesso, invece, per i giudici l'Opera pia "non ha dimostrato di avere in concreto cessato ogni attività e sono stati acquisiti in giudizio, al contrario, plurimi concordanti indizi a sostegno della prosecuzione di attività da parte della medesima". Dunque i quattordici lavoratori possono tornare ai loro impieghi. Tra gli elementi che dimostrano che l'istituto sarebbe operativo ci sono per esempio le entrate per circa 700 mila euro che sono state contabilizzate tra ottobre 2018 e giugno dell'anno scorso. Un dato che peraltro cozza, e non di poco, col fatto che i licenziamenti collettivi erano avvenuti per la presunta crisi economica dell'ente.

A vincere la vertenza contro l'Ipab sono Maria Gaudesi, Umberto Ferrigno, Paolo D'Angelo, Giacomo Di Pasquale, Rosalia Pillitteri, Carmela Melia, Salvina Militello, Caterina Majolino, Anna Salvo, Ernesto Bellitteri, Filippo Barocchieri, Anna Maria Costanzo, Rosalba Alagna e Isabella Pellegrino. I lavoratori, attraverso i loro avvocati, hanno sempre sostenuto che l'attività dell'Opera pia non fosse affatto cessata e che alcuni dei 42 (nello specifico nove) erano stati licenziati in un secondo momento per essere assunti dalla coopertiva La Panormitana, con la quale l'Ipab aveva poi stipulato una convenzione. Come hanno sancito i giudici, non sarebbe stato però mai chiarito e comunicato il criterio di scelta in base al quale una parte dei dipendenti era rimasta in servizio e un'altra era stata invece allontanata per motivi economici. Da qui l'illegittimità dei licenziamenti.

Come già stabilito nella fase sommaria, i giudici adesso ribadiscono che il "contenuto della comunicazione" di licenziamento collettivo "risulta intrinsecamente contraddittorio, poiché vi si dichiara, da un lato, di volere licenziare tutti i dipendenti, addetti sia alla sede che a tutte e quattro le unità operative, mentre, d'altra parte, si dichiara apertamente di non voler cessare l'attività relativa alla scuola Santa Silvia, bensì di volerne modificare le modalità gestionali".

La reintegra, però, è scattata perché si sarebbe effettivamente raggiunta la "prova della continuazione di alcune attività" dell'Opera pia, che "è pacifico (...) siano attualmente in funzione". E, scrivono ancora i giudici, "nessun dubbio può esservi sul fatto che le attività già gestite dall'Opera pia in cui erano impiegati i lavoratori (licenziati, ndr) sono proseguite". Dopo i licenziamenti, l'Ipab ha proseguito la sua "attività amminsitrativa, consistente tra l'altro nell'emissione di un rilevante numero di mandati di pagamento", ha gestito "il Villaggio dell'Ospitalità in convenzione con la cooperativa La Panormitana, che ha assunto a tal fine proprio i dipendenti licenziati" successivamente a quelli che hanno intrapreso la vertenza.

I giudici non esitano per questo a parlare di "esternalizzazione della manodopera" ed elencano tutta una serie di voci contabili che, a loro avviso, dimostrano pienamente che l'Opera pia funziona e non avrebbe compiuto nessun passo compatibile con la volontà di dismettere le attività, come invece lasciavano intendere i licenziamenti collettivi. Solo per fare alcuni esempi, sono state pagate "attività socio-assitenziali per quasi 200 mila euro tra marzo e ottobre 2018" e "si tratta della medesima attività che l'Opera pia svolgeva col proprio personale prima dei licenziamenti". Solo che poi, come stigmatizzano i giudici, per gli stessi servizi "è stata pagata una società esterna". Sempre nel 2018 risulta il pagamento di una parcella da 16 mila euro a un commercialista "per attività del tutto analoghe a quelle svolte dal personale licenziato", così come sono stati pagati i docenti della scuola Santa Silvia, ma anche decine di migliaia di euro di tasse (Tari, Ires, Imu e Tasi), tra 2018 e 2019.

Nell'elenco ci sono anche circa 54 mila euro spesi dall'ente per la manutenzione degli immobili e "tale cospicua attività di manutenzione degli immobili contrasta con la volontà di dismetterli", e altri 12 mila euro per l'acquisto di macchinari, attrezzature e arredi, ma anche bollette del telefono e della corrente "che evidenziano un rilevante consumo" e che, ancora una volta, non sono compatibili, per i giudici, con la volontà di dismettere le attività dell'Ipab. Esattamente come sarebbero prova della piena operatività dell'ente le entrate per 320 mila euro tra ottobre e dicembre 2018 e quelle per 351 mila tra marzo e giugno 2019, sempre dopo i licenziamenti: "In poco più di un anno quindi - scrivono i giudici - dopo aver asseritamente cessato ogni attività, l'Opera pia ha incassato complessivamente circa 700 mila euro, senza tuttavia corrispondere ai lavoratori neppure l'indennità risarcitoria al cui pagamento era stata condannata" con l'ordinanza di febbraio dell'anno scorso.

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