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Domenica, 22 Maggio 2022
Cronaca Falsomiele

Resta un giallo il duplice omicidio di Falsomiele: definitiva l'assoluzione dell'unica imputata

Nessuna giustizia per Vincenzo Bontà e il giardiniere Giuseppe Vela che vennero crivellati di colpi il 3 marzo del 2016 per un motivo mai chiarito. Dei delitti furono accusati Carlo Gregoli, suicidatosi in carcere prima dell'inizio del processo, e la moglie, Adele Velardo, scagionata però sin dal primo grado di giudizio

Nessun colpevole, un movente mai chiarito e un duplice omicidio, quello di Vincenzo Bontà e Giuseppe Vela, avvenuto il 3 marzo del 2016 a Falsomiele, che resta quindi irrisolto. L'assoluzione dell'unica imputata, Adele Velardo, è infatti diventata definitiva: era stata scagionata sin dal primo grado di giudizio, nell'ottobre 2018, e la Procura ha deciso di non impugnare in Cassazione la sentenza emessa dalla Corte d'Asssise d'Appello, presieduta da Mario Fontana, che aveva confermato quel verdetto a luglio dell'anno scorso. In entrambi i casi l'accusa aveva chiesto invece la condanna all'ergastolo.

La donna - difesa dagli avvocati Marco Clementi e Paolo Grillo - era stata arrestata il giorno dopo i delitti assieme al marito, Carlo Gregoli, un geometra impiegato ai Servizi cimiteriali del Comune ed appassionato di armi. L'uomo però si era suicidato in carcere poco meno di tre mesi dopo, prima ancora che iniziasse il processo. Velardo era rimasta per mesi in silenzio davanti agli inquirenti, che poi avevano captato una conversazione in cui diceva: "Al posto sbagliato nel momento sbagliato e ci siamo trovati qua noi invece di essere chi ci si doveva trovare realmente". Chi eventualmente non è mai stato chiarito.

Quella mattina, quando si sparse la notizia dei due omicidi, si pensò subito alla mafia, a qualche vendetta trasversale di Cosa nostra, ma la pista sfumò rapidamente. Una telecamera aveva infatti ripreso l'arrivo della loro auto nella strada in cui avvenne la sparatoria. Secondo l'accusa, il bersaglio avrebbe dovuto essere il solo Bontà e Vela, un giardiniere, sarebbe stato eliminato soltanto perché scomodo testimone dell'agguato. Per gli inquirenti, inoltre, dalle immagini riprese sarebbe stato anche possibile vedere Adele Velardo prendere qualcosa da sotto al sedile: un'arma. Ed è per questo che poi da sola era finita a processo, anche se la difesa ha sempre sostenuto che questo elemento non è mai stato provato.

L'unica ipotesi - non molto convincente - che rimase in piedi è che i due omicidi sarebbero avvenuti al culmine di una lite per alcune bollette dell'acqua e a consumi eccessivi che sarebbero stati contestati dalla coppia a Bontà, che - così aveva ricostruito l'accusa - avrebbe rubato loro l'acqua. Per questo marito e moglie avrebbero aperto il fuoco, utilizzando le armi che Gregoli deteneva regolarmente. Una ricostruzione che obiettivamente è sempre apparsa molto fragile.

Gli avvocati di Velardo avevano poi svolto delle indagini difensive, dalle quali venne fuori che il dna trovato su uno dei bossoli non sarebbe stato compatibile con quello di Gregoli. La coppia, inoltre, non sarebbe stata mai sottoposta allo stub, per verificare l'eventuale presenza di polvere da sparo dopo gli omicidi. I giudici non hanno mai ravvisato gli elementi necessari per condannare Velardo, che dopo essere stata anche detenuta per un lungo periodo, adesso è stata definitivamente scagionata. Non sono mai state battute piste alternative. Le due vittime restano dunque senza giustizia.

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