Domenica, 13 Giugno 2021
Cronaca Tribunali-Castellammare / Via dei Cassari

Omicidio alla Vucciria, la parentela ingombrante degli indagati con il boss incaprettato nel 2011

Domenico e Matteo Romano, fermati con Giovanni Battista per l'uccisione di Emanuele Burgio, sono i fratelli di Davide, il cui cadavere venne ritrovato nel bagagliaio di un'auto in una traversa di corso Calatafimi. Al momento però gli investigatori escludono ogni connessione del delitto con Cosa nostra

L'auto con il cadavere incaprettato di Davide Romano (foto Ansa)

Se Emanuele Burgio, il ragazzo ucciso alla Vucciria nella notte tra domenica e lunedì, era il figlio di un condannato per mafia, Filippo Burgio, chi gli avrebbe sparato è invece imparentato con Davide Romano, il boss di Borgo Vecchio che il 6 aprile del 2011 venne ritrovato incaprettato nel bagagliaio di una Fiat Uno abbandonata in via Titone, una traversa di corso Calatafimi. Allo stato, come rimarcano gli inquirenti, Cosa nostra non avrebbe nulla a che vedere con il delitto di via dei Cassari, ma in qualche modo a Palermo la mafia resta comunque sempre sullo sfondo.

Domenico e Matteo Romano, i due fratelli fermati dalla squadra mobile per l'omicidio, sono infatti fratelli di Davide Romano, che quando venne assassinato era stato scarcerato da meno di due mesi. Proprio il suo ritorno in libertà l'avrebbe portato a cercare di prendere il posto di comando nel clan, che prima sarebbe stato del fratello Francesco Paolo e prima ancora del padre, Giovanni Battista, ammazzato a sua volta. Questa ambizione e questa sete di potere lo avrebbero portato ad una morte atroce.

Due pentiti, Vito Galatolo e Francesco Chiarello, hanno fornito alcune informazioni sull'omicidio. Secondo i loro racconti, Romano sarebbe stato prima interrogato e avrebbe persino pianto di fronte alla violenza dei suoi aggressori e poi era stato ucciso con un colpo di pistola alla nuca, incaprettato e lasciato nell'auto che sarebbe stata rubata qualche giorno prima a Brancaccio. Un messaggio inequivocabile, macabro come in città non se ne vedevano da tempo in quel 2011.

Al di là delle parentele ingombranti, i tre fermati - oltre ai due fratelli, c'è il figlio di uno di loro, Giovanni Battista - per l'omicidio di Burgio non hanno precedenti rilevanti, così come la stessa vittima, a parte un'imputazione per traffico di droga, non sarebbe stata oggetto delle attenzioni degli investigatori. Per il momento, come hanno ricostruito i poliziotti della squadra mobile, guidata da Rodolfo Ruperti, coordinati dal procuratore aggiunto Salvatore De Luca e dai sostituti Giovanni Antoci e Federcia Paiola, dietro all'uccisione del giovane ci sarebbe un lite per un incidente stradale che sarebbe avvenuto una decina di giorni fa. Un movente che dovrà essere comunque verificato nelle prossime ore. 

Ad incastrare gli indagati sarebbero le immagini riprese da una telecamera di sorveglianza che avrebbe ripreso integralmente l'omicidio, che sarebbe stato preceduto da una discussione animata, durata circa un minuto, finché Matteo Romano - secondo questa iniziale ricostruzione dell'accusa - avrebbe sparato al torace di Burgio, ricorrendolo e finendolo con altri tre colpi alle spalle. Adesso sarà fissata l'udienza di convalida del fermo e sarà il giudice a vagliare la consistenza delle prove a carico dei Romano che nella circostanza potranno anche fornire una loro versione dei fatti. Al momento non è ancora stata ritrovata l'arma del delitto.

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