Dopo 13 anni resta un giallo la morte di un pensionato a Prizzi: assolti due imputati

Per la Corte d'Assise non furono la badante di Vito Damiano, 84 anni, e suo figlio ad ucciderlo. Il delitto avvenne nella notte del 16 settembre del 2007 in un casolare di campagna. Il processo era nato dalle intercettazioni di una parente degli accusati, rivelatasi però inattendibile

"Povero do zu Vito, l'assasinaro... Idda e u figlio l'acchiappava per i capelli, o figlio d'arrè... o pugnalava". Così diceva Rosalia Di Pisa, descrivendo il terribile omicidio di un anziano, Vito Damiano, 84 anni, accoltellato nella sua casa di campagna, a Prizzi, la notte del 16 settembre del 2007. E, in un'intercettazione, accusava - secondo la Procura - sua sorella, badante della vittima, Antonina Giovanna Di Pisa e il figlio, Calogero Marretta. Adesso - a 13 anni dai fatti - i giudici della prima sezione della Corte d'Assise hanno stabilito che però deciso di assolvere i due, difesi dagli avvocati Enrico Sanseverino, Salvo Priola e Roberto Mangano. L'omicidio resta dunque irrisolto.

Il delitto dell'anziano era rimasto un giallo fino all'inizio di luglio del 2017, quando, soprattutto sulla scorta delle intercettazioni in cui Rosalia Di Pisa, erano scattati gli arresti. La Procura di Termini Imerese ritenne di aver risolto il mistero: Damiano - come gli investigatori ipotizzarono anche nel 2007, ma accantonando poi la pista - sarebbe stato rapinato dai due imputati, tanto che la casa di campagna fu trovata in disordine. All'epoca si scartò poi anche l'ipotesi che l'omicidio fosse arrivato al culmine di contrasti tra la vittima e la badante. Le nuove ricostruzione dell'accusa, però, non hanno convinto il collegio presieduto da Sergio Gulotta (a latere Monica Sammartino).

La difesa degli imputati ha messo in luce come Rosalia Di Pisa sarebbe stata spinta da forti rancori nei confronti della sorella e del nipote e come fosse pure consapevole, almeno dal 2015, di essere intercettata. Il suo sarebbe stato dunque - per i legali - una sorta di vendetta nei confronti dei parenti. La teste chiave, peraltro - e anche questo è stato messo in evidenza dai difensori - non sarebbe mai stata sentita dagli inquirenti. La sua audizione è stata disposta durante il dibattimento dalla Corte. E la donna sarebbe caduta in diverse contraddizioni, negando persino di aver affermato frasi che invece erano state captate dalle microspie e trascritte. Negli anni scorsi, Di Pisa aveva pure sostenuto che il giorno del delitto avrebbe sentito i suoi parenti temere che la Damiano potesse aver trattenuto tra le sue mani i capelli di uno di loro. Non solo non furono mai trovati capelli nelle mani della vittima, ma Di Pisa, durante il dibattimento, ha affermato che questa discussione tra gli imputati sarebbe avvenuta non già il 17 settembre, ma cinque giorni dopo.

Probabile, dunque, che la teste chiave sia stata ritenuta inattendibile dalla Corte d'Assise e, in assenza di altri elementi, i giudici hanno optato per l'assoluzione. Lasciando senza risposte il figlio di Vito Damiano, che si è costituito parte civile nel processo e gli inquirenti con un giallo ancora tutto da risolvere dopo tredici anni.

La Procura agli atti aveva anche portato alcune intercettazioni degli imputati, compiute quando erano stati convocati in caserma. Marretta  temeva che fosse stato prelevato il dna della madre, alla quale i carabinieri avevano dato un bicchiere d'acqua. "E si chisti pigliano un dna - diceva infatti - e ci arrisulta? Tannu ci trovaro nna l'ugna". In effetti, durante l'autopsia di Damiano, sotto le sue unghia furono trovate tracce di dna, riultate però riconducibili alla stessa vittima e non ai suoi aggressori. Sempre in caserma, però, Antonina Giovanna Di Pisa sosteneva a proposito del dna: "Ma nun penso, si iddu avissero truvato cosa, a quant'ave, n'avissuru vinuto a pigghiari". Una frase che, per il sostituto procuratore Guido Schininà sarebbe stata una confessione. Una lettura che, nell'estate di tre anni fa, era stata pienamente condivisa dal gip Michele Guarnotta, che aveva emesso l'ordinanza di custodia cautelare, ma che oggi non è stata sufficiente per convincere i giudici della colpevolezza degli imputati.

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