Rapito davanti alla figlia e sciolto nell'acido, assolto definitivamente un boss: "Non era tra i killer"

Scagionato Salvatore Gregoli che in primo grado era stato invece condannato a 30 anni per il sequestro e l'omicidio di Giampiero Tocco, avvenuti a Terrasini il 26 ottobre del 2000. La sentenza, che non è stata impugnata, era stata ribaltata in appello

Il disegno del rapimento fatto dalla figlia di Giampiero Tocco subito dopo il sequestro

Non era nel commando di finti poliziotti che, il 26 ottobre del 2000 a Terrasini, fermò e rapì Giampiero Tocco, prima di interrogarlo, torturarlo, strangolarlo e scioglierlo nell'acido: è diventata definitiva l'assoluzione del mafioso di Santa Maria di Gesù, Salvatore Gregoli. Nessuno ha infatti impugnato la sentenza emessa a novembre dell'anno scorso dalla Corte d'Assise d'Appello, presiduta da Angelo (a latere Vittorio Anania).

La condanna a 30 anni ribaltata

Gregoli, difeso dagli avvocati Giovanni Rizzuti e Calogero Vella, in primo grado era stato invece condannato a 30 anni con il rito abbreviato: il gup aveva infatti ritenuto credibili le dichiariazioni del pentito Antonino Pipitone, che aveva tirato in ballo l'imputato. In appello, però, la difesa aveva dimostrato una serie di incongruenze nel racconto del collaboratore di giustizia. In primo luogo, Pipitone aveva ammesso di conoscere Gregoli, ma lo aveva accusato di aver partecipato al sequestro e all'omicidio di Tocco solo in un secondo momento. Inoltre, il collaboratore era a conoscenza di quanto dichiarato sulla vicenda da altri pentiti, come Gaspare Pulizzi e Francesco Briguglio, e aveva cercato di uniformare la sua versione alle loro.

La perizia fonica

Ma ciò che aveva davvero ribaltato tutto era stata una perizia fonica, voluta proprio dalla difesa in appello. Sull'auto in cui Tocco si trovava quel giorno assieme alla figlia piccola c'era infatti una microspia e aveva registrato il dialogo tra il finto poliziotto che aveva bloccato il mezzo e la vittima. Quella voce era stata confrontata con quella di Gregoli e, anche se non era stato possibile stabilire nulla di certo, gli avvocati avevano sostenuto che comunque se l'imputato fosse stato colpevole non avrebbe insistito tanto per fare quell'accertamento che avrebbe potuto invece incastrarlo. Tesi che i giudici avevano accolto, assolvendo pienamente Gregoli con la formula "per non aver commesso il fatto".

Niente risarcimento alla famiglia

La sentenza aveva fatto venir meno anche i risarcimenti milionari che erano stati riconosciuti in primo grado alla vedova e alla figlia della vittima. Quest'ultima aveva assistito a tutta la terribile scena e, una volta che il commando aveva portato via il padre, era rimasta sola nell'auto ferma in via Papa Giovanni XXIII. La microspia aveva registrato il suo pianto e le chiamate disperate alla madre, con le quali cercava di spiegare l'accaduto. Fu sempre la bambina, che oggi ha 26 anni, a disegnare la scena agli investigatori, indicando come i rapitori di suo padre si fossero presentati come poliziotti, indossando anche la pettorina.

La "processo" di Cosa nostra

Tocco era sospettato - sia da Cosa nostra che dalle forze dell'ordine - di poter avuto un ruolo nella scomparsa di Giuseppe Di Maggio, figlio del boss di Cinisi, Procopio. Arrivò prima il tribunale mafioso, però, e la sentenza fu una condanna a morte: furono i boss Salvatore e Sandro Lo Piccolo  (già condannati da tempo) ad ordinare infatti il sequestro di Tocco, e dopo averlo torturato per fargli confessare ciò che avrebbe saputo sul caso Di Maggio, lo uccisero. Il cadavere venne poi sciolto nell'acido.
 

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