Giovedì, 21 Ottobre 2021
Cronaca

I retroscena della scomparsa di Santo Alario dal blitz "Africo": le ultime telefonate, la droga e le minacce

Nell'ordinanza che ha portato a 9 arresti tra lo Zen e Capaci emergono i contatti dell'uomo, sparito il 7 febbraio del 2018, con due indagati finiti in carcere per traffico di stupefacenti. Si sarebbe messo al loro servizio per rilevare il bar di Capaci di proprietà di Giovanni Guzzardo, poi accusato - e assolto in primo grado - del suo omicidio

Non è mai stato del tutto chiarito quale fosse il movente della sparizione di Santo Alario, l'uomo che assieme a Giovanni Guzzardo, fece perdere le sue tracce il 7 febbraio del 2018. Guzzardo fu poi ritrovato nelle campagne di Caccamo e accusato dell'omicidio dell'altro. Una contestazione dalla quale è stato poi assolto in primo grado dal gup di Termini Imerese, ma è pendente il processo d'appello, dove da oltre un anno si attende l'esito di un nuovo esame del dna sui resti di Alario, scoperti molto tempo dopo, nel 2019, sempre nel territorio di Caccamo. Alcuni retroscena sulla vicenda, comprese una serie intercettazioni della vittima, captate fino a poche ore prima della scomparsa, sono contenute nelle carte dell'inchiesta antidroga "Africo" che, due settimane fa, ha portato a nove arresti tra lo Zen e Carini.

Le intercettazioni fino a poche prima della scomparsa

Dall'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Walter Turturici emergono per esempio i contatti tra Alario e due delle persone finite in carcere per traffico di droga, Salvatore e Antonio Lo Franco, padre e figlio, ma anche l'ipotesi della guardia di finanza che lo scomparso abbia aiutato i Lo Franco a ripulire il denaro ricavato dallo smercio di stupefacenti, cercando di rilevare - anche con minacce e aggressioni - il Bar Avana di Capaci, di proprietà di Guzzardo.

La pista della droga e il mistero dell'uomo nel campo rom

La difesa dell'imputato per l'omicidio di Alario, rappresentata dagli avvocati Nino e Marco Zanghì e Vincenzo Lo Re, ha sempre battuto sulla pista legata alla droga e ha persino messo in discussione che lo scomparso sia stato ucciso: in un campo rom di Roma un uomo molto somigliante ad Alario venne infatti ripreso da alcune televisioni alcuni mesi dopo la sparizione. La famiglia dell'uomo non lo riconobbe, ma di fatto quell'uomo non è mai stato rintracciato e sottoposto ad alcun test del dna. Alario aveva una lunga lista di precendenti penali, mentre Guzzardo, l'uomo accusato di averlo ucciso, è del tutto incensurato. L'imputato ha sempre dichiarato che Alario avrebbe incontrato delle persone poco raccomandabili lungo il tragitto che stavano facendo insieme e che lui, spaventato, sarebbe fuggito a piedi lasciando la sua Panda all'altro. L'auto venne ritrovata tre giorni dopo la scomparsa senza targhe.

I legami con gli indagati del blitz "Africo"

Dalle intercettazioni dell'inchiesta "Africo" potrebbe emergere una conferma della tesi difensiva legata allo smercio di droga. Alario sarebbe stato molto amico di Antonio Lo Franco, che avrebbe sentito anche poco prima di sparire e al quale avrebbe promesso: "Giuro che oggi diventiamo i padroni del bar", cioè dell'attività di Guzzardo. Lo Franco - che assieme al padre era stato anche convocato dai carabinieri dopo la scomparsa di Alario - sarebbe rimasto "quasi indifferente - scrivono gli inquirenti - rispetto alla scomparsa dell'intimo amico".

La conversazione del 10 gennaio 2018

Una prima intercettazione di Alario risale al 10 gennaio del 2018. Antonio Lo Franco, come ricostruisce la Procura, gli avrebbe parlato del suo rapporto per il rifornimento di droga con Khemais Lausgi, più noto come "Gabriele Alì" e soprannominato "il turco", ritenuto dai pm uno dei ras dello smercio di stupefacenti allo Zen. I due discutono perché proprio quel giorno erano stati sequestrati 15 chili di hashish, interrogandosi su chi potesse aver parlato con gli investigatori.

Il sequestro di 15 chili di hashish e i dubbi

"Ma tu ricordati bene, parlasti...", diceva Alario e Lo Franco ribatteva: "No Santi, già era un mese, due mesi già", riferendosi ai contatti con Lausgi, sostiene l'accusa. Tanto che Alario insisteva: "In che senso un mese, due mesi?" e l'altro rispondeva: "Mica ieri era la prima volta, capisti, ma già quasi tre mesi si può dire, ma loro (si riferisce alla polizia, ndr) sono entrati per la droga, la cocaina, hanno detto: 'Signora cerchiamo cocaina'" e Alario chiosava: "Allora sapevano...".


A quel punto Lo Franco aggiungeva: "La squadra mobile le ha detto: 'Mi dica dov'è così non buttiamo neanche le cose a terra', poi le ha detto: 'Chi ce l'ha messo tutto questo fumo qua dentro?' e mia zia giustamente cosa doveva dire? Che è suo? Se non lo sapeva, comunque le è finita con i fiocchi, tre anni di domiciliari gli dovrebbero dare, sembrano orientati così per ora, però l'avvocato sta facendo di tutto...'" . Alario domandava: "Il giudice l'ha interrogata?" e Lo Franco: "Tra cinque giorni, l'avvocato sta chiedendo altri domiciliari e poi cercherà di fare tutto il possibile per buttarla fuori, ma gli sbirri le hanno detto (alla zia, ndr): 'Lo sappiamo che non è lei ma è lei che sta coprendo qualcuno e siccome la vedo molto educata e dalla faccia si vede che non è proprio una criminale la stiamo portando a casa perché dovrà badare lei a sua madre'".

La consegna di 250 euro

Secondo la ricostruzione della Finanza, Alario avrebbe quindi consegnato 250 euro a Lo Franco, che chiedeva di chi fossero: "Cento di Fumetto, te ne deve dare ancora 80 e 180 di Nicolò quello di Capaci sono 250 ora...". Alario continuava ad essere sorpreso dell'intervento mirato della polizia e chiedeva: "Tu da solo ci acchianasti... solo solo?" e Lo Franco: "Non lo sapeva nessuno che stavo scendendo a Palermo non mi sono sentito con nessuno, solo con te, che me ne andavo, ma neanche con te, venne Angela e mi disse... mai io ero già là, non mi sono sentito con nessuno io".

Alario e la trattativa per rilevare il Bar Avana di Capaci

I Lo Franco, secondo la Procura, avrebbero cercato di investire i proventi della droga in attività lecite, da qui l'idea di rilevare il Bar Avana di Capaci, di proprietà di Guzzardo. I due per questo si sarebbero rivolti al "pluripregiudicato Santo Alario - come si legge nell'ordinanza di custodia cautelare - legato da un rapporto di intimità con Antonio Lo Franco, il quale conduceva per conto loro la trattativa per il rilevamento dell'attività commerciale con metodi intimidatori, giungendo con il loro tacito assenso fino alle minacce ed alle percosse nei confronti di Guzzardo per persuaderlo a cedere l'attività". Il 7 febbraio 2018, cioè il giorno della sparizione di Alario, in una conversazione con Lo Franco, l'uomo "manifestava nervosismo nei confronti di Guzzardo a tal punto che se l'avesse incontrato in giornata l'avrebbe preso a schiaffi", riportano gli investigatori.

"Giuro che oggi diventiamo i proprietari"

Alle 10.56 di quel giorno Alario spiegava ad Antonio Lo Franco che stava facendo qualche telefonata per cercare di trovare un passaggio: "Alario - scrivono gli inquirenti - dice di essere nervoso e che se in giornata vede Giovanni (Guzzardo, ndr) lo prende a schiaffi", poi aggiungeva: "Non ci credi? Vedrai...". Poi sono state captate una serie di chiamate tra Lo Franco, Alario e un'altra persona "da cui si evinceva come i tre si stessero recando al Bar Avana perché Alario potesse imporsi definitivamente su Guzzardo", rilevano ancora gli investigatori. Alario affermava: "Giuro che oggi diventiamo i padroni del bar".

Le ultime telefonate prima della scomparsa

Alle 11.32 Alario chiamava Lo Franco, dicendogli che "tra un'ora lo andrà a prendere" una persona e gli chiede "se deve andarlo a prendere perché lui si vuole posizionare al bar perché in questa giornata gli giura che diventeremo i padroni del bar". Lo Franco sosteneva che "eventualmente mangeranno un panino là", Alario "acconsentiva e aggiungeva che oggi Giovanni (Guzzardo, ndr) dovrà fare in modo che lui prenda la macchina, gli dirà che dovrà accompagnarlo lui a prendere la sua macchina...". E infine chiede a Lo Franco "di farsi trovare pronto ché alle 12.30 sarà da lui, poi si corregge e gli dice alle 12.45, i due si salutano".

La convocazione della Procura di Termini Imerese

Fine delle trasmissioni, visto che poi Alario e Guzzardo, dopo che il primo aveva mandato alcuni videomessaggi alla compagna dicendogli di essere a Ventimiglia di Sicilia, spariranno nel nulla. Secondo gli inquirenti, Guzzardo sarebbe riuscito a convincere Alario ad accompagnarlo nelle campagne di Caccamo, suo paese d'origine, con la sua auto, che effettivamente era stata ritrovata in quella zona, abbandonata e senza targhe il 10 febbraio del 2018. Il 9 marzo successivo, Salvatore e Antonio Lo Franco erano stati convocati dalla Procura di Termini per riferire in relazione alla sparizione di Alario e di Guzzardo. 

"Tu gli devi dare i soldi, non lo fare incazzare"

Durante il viaggio di ritorno a Carini, Salvatore Lo Franco, come captato dalle microspie, diceva al figlio di saldare al più presto i suoi debiti con tale Francesco e con Lausgi, in quel momento detenuto: "Ci credi che quello esce e tu ancora gli devi dare i soldi? Non lo fare incazzare che poi lui ha ragione".

L'indifferenza per la sparizione dell'amico

Gli investigatori rimarcano infine che Antonio Lo Franco, quando apprendeva di essere stato coinvolto nelle indagini, avrebbe ritenuto responsabile di questo la compagna di Alario, "rimanendo quasi indifferente alla scomparsa dell'intimo amico, nonostante evidentemente sapesse bene - sostengono gli inquirenti - di averla in qualche modo propiziata nel farsi spalleggiare per il subentro nella gestione del Bar Avana". Ma, in base alla sentenza di primo grado, non sarebbe stato Guzzardo ad uccidere Alario: se fosse vero quindi, come sostiene la difesa dell'imputato e anche sulla scorta dei contatti della vittima cristallizzati dal blitz "Africo", che avrebbe incontrato altre persone durante il viaggio in macchina?

La voglia di predominio dei Lo Franco

Lo Franco, come rimarcano i finanzieri "pretendeva di imporre il proprio predominio sugli altri spacciatori del luogo, ma anche la sua autorità sui loro capi, al fine di gestire, nel miglior dei modi, lo spaccio di sostanze stupefacenti".

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