Quei resti sono davvero quelli di Santo Alario? I giudici ordinano un nuovo test del dna

Il giallo di Capaci si riapre durante il processo d'appello a Giovanni Guzzardo, accusato dell'omicidio e già assolto in primo grado. Le ossa furono ritrovate a dicembre nelle campagne di Caccamo

Giovanni Guzzardo e Santo Alario

Sarà rifatto l'esame del dna sui resti ritrovati a dicembre in contrada Gurgo, a Caccamo, e attribuiti a Santo Alario, 42 anni, che era scomparso da Capaci il 7 febbraio del 2018. A disporre i nuovi accertamenti per chiarire se le ossa scoperte dai carabinieri siano realmente dell'uomo è stata la prima sezione della Corte d'Assise d'Appello, presieduta da Mario Fontana, che in autunno affiderà l'incarico. Davanti ai giudici si è recentemente aperto il processo di secondo grado a carico di Giovanni Guzzardo, 48 anni, che - dopo essere stato assolto dal gup di Termini Imerese - è accusato dell'omicidio e dell'occulatamento del cadavere di Alario. I due si erano infatti allontanati insieme quel giorno di febbraio.

A chiedere la perizia è stata la stessa Procura generale. Il Ris, coordinato dalla Procura di Termini, confrontando il dna delle ossa con quello della madre di Alario aveva stabilito che sarebbe "788 mila volte più probabile" che i resti fossero di Alario e non di un'altra persona. A questi accertamenti, però, non aveva potuto partecipare la difesa dell'imputato, rappresentata dagli avvocati Nino Zanghì e Vincenzo Lo Re, e questo li renderebbe da un punto di vista processuale inutilizzabili. Anche questo ha spinto l'accusa a ripetere gli esami.

Alario e Guzzardo si erano allontanati insieme quel 7 febbraio, a bordo della Panda del secondo. La vittima aveva mandato anche alcuni video alla compagna, dicendole che era a Ventimiglia di Sicilia e che la sera sarebbe andato a prenderla. I due uomini, però, non fecero rientro a casa. Qualche mese dopo, a maggio, Guazzardo venne ritrovato in un casolare nelle campagne di Caccamo e venne arrestato per l'omicidio dell'altro.

L'imputato ha sempre negato di aver ammazzato Alario e il giudice di primo grado, se aveva stabilito "al di là di ogni ragionevole dubbio" che la vittima fosse stata uccisa, non aveva però riscontrato gli elementi per condannare Guzzardo. La Procura ha comunque appellato la sentenza, anche perché nel frattempo era stato ritrovato lo scheletro - le ossa in buona parte ridotte in frantumi, ma gli abiti integri - attribuito ad Alario.

Fino a quel momento non era stato escluso che l'uomo potesse essersi allontanato volontariamente. Durante lo sgombero di un campo rom a Roma, nell'estate del 2018, peraltro era stata ripreso un uomo molto somigliante allo scomparso e si ipotizzò che potesse dunque essere ancora in vita. Una tesi respinta subito dalla famiglia di Alario (anche per via di un tatuaggio che l'uomo inquadrato dalle televisioni durante lo sgombero aveva, mentre la vittima no). Per la difesa, invece, in base ad una consulenza di parte, i tratti somatici dei due uomini sarebbero stati compatibili al 74 per cento.

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Con la riapertura dell'istruttoria dibattimentale nel processo di appello, le verifiche sul dna dovranno dunque essere ripetute. Nei prossimi mesi si scoprirà se i periti incaricati dalla Corte arriveranno alle stesse conclusioni del Ris e se quelle ossa siano effettivamente quelle di Alario. Nel frattempo, come aveva anticipato Palermotoday, è stato aperto un fasciolo per omicidio anche a carico dei fratelli dell'imputato, Giuseppe e Roberto Guzzardo, ai quali inizialmente era stato contestato solo l'occultamento di cadavere.

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