Sabato, 20 Luglio 2024
Cronaca

Uccise una ragazza a Firenze e fu condannato a 30 anni: "Sono innocente", ma i giudici non gli credono

La storia di Pietro Bivona, commerciante palermitano in cella per avere assassinato con un colpo di pistola Corina Leontina Catuna di 21 anni. Le avrebbe promesso di lasciare la moglie per sposarla e, dopo aver preso tutti i suoi risparmi, l'aveva invece uccisa. Chiedeva la revisione a 17 anni dalla sentenza definitiva: "Non ci sono nuove prove"

Ad alcune amiche disse che stava per partire per la Romania con "il signor Pietro" e dal 18 luglio del 2001, ad appena 21 anni, Corina Leontina Catuna sparì nel nulla.  Il suo corpo venne ritrovato in avanzato stato di decomposizione in un bosco vicino a Montelupo Fiorentino l'11 ottobre successivo. Un anno dopo, il 12 novembre del 2002, per l'omicidio della domestica di origine romena, venne arrestato un commerciante palermitano residente a Firenze, Pietro Bivona, che oggi ha 70 anni e che nel 2006 è stato condannato in via definitiva a 30 anni di carcere. L'uomo ha però chiesto la revisione del processo: si è sempre professato innocente e soteneva di averne le prove. La sua istanza è stata invece respinta dalla quinta sezione della Cassazione, presieduta da Rosa Pezzullo, che ha pure condannato Bivona a versare 3 mila euro alla Cassa delle ammende.

La giovane venne uccisa con un colpo di pistola alla nuca. In base alla ricostruzione della Procura di Firenze, Bivona aveva approfittato di lei, che se ne sarebbe innamorata nonostante fosse sposato. L'imputato avrebbe convinto la vittima a consegnargli tutti i suoi risparmi, raccontandole anche che avrebbe lasciato la moglie e si sarebbe poi spostato con lei. Il 18 luglio di ormai 22 anni fa, Corina Leontina Catuna si era volatilizzata: Bivona non avvertì il fratello della vittima, ma ne denunciò la scomparsa solo il 22 luglio. Il cadavere della ragazza venne ritrovato mesi dopo e fu riconosciuto da una sua amica che in televisione vide alcuni gioielli trovati tra i resti, tra cui un piccolo anello: un regalo del "signor Pietro".

I sospetti si concentrarono rapidamente su Bivona, il cui cellulare era attivo a Montelupo Fiorentino, luogo in cui poi fu trovato il corpo della vittima, il 19 luglio 2001, ovvero il giorno successivo alla scomparsa. L'uomo disse di aver cercato la giovane chiamandola al telefono, ma poi il cellulare della ragazza fu ritrovato in suo possesso. Ad incastrare il commerciante palermitano furono anche del terriccio trovato sulle sue scarpe (ritenuto compatibile con quello del bosco in cui fu rinvenuto il cadavere) e una traccia di sangue individuata sul contenitore di un grande ombrellone, in cui poi erano stati scoperti i resti della donna. E' così che, sin dal primo grado di giudizio, nel 2004, l'uomo venne condannato a 30 anni di carcere. La sentenza è diventata definitiva nel 2006.

Bivona ha sempre respinto le accuse e il 4 gennaio dell'anno scorso aveva chiesto la revisione del processo alla Corte d'Appello di Genova, sostenendo di avere le prove della sua innocenza: la macchia di sangue, sulla quale la sua difesa ha compiuto nuovi accertamenti, non sarebbe stata utilizzabile per dimostrarne la compatibilità con il sangue della vittima; il terriccio sulle scarpe che sarebbe compatibile anche con quello presente in zone diverse dal bosco di Montelupo Fiorentino; la testimonianza di una persona che ha affermato che Bivona frequentava quella zona per motivi di lavoro e che dunque era "logico che il suo cellulare agganciasse le celle poste vicino al luogo del ritrovamento del cadavere".

L'istanza di revisione è stata però dichiarata inammissibile dalla Cassazione. Secondo i giudici, infatti, la ricostruzione che ha portato alla condanna di Bivona si fonda su elementi diversi: il contenuto della denuncia di scomparsa della vittima da parte dell'imputato, il possesso da parte sua del telefonino della donna, la ricostruzione dei movimenti della vittima prima della sua scomparsa e il fatto che Bivona fosse l'ultima persona con cui la donna venne vista, ma anche i tabulati telefonici e il cambiamento di Sim sempre da parte dell'imputato. Elementi che sono "già sufficienti ad arrivare alla condanna" e "a prescindere dalla traccia di sangue, dal terriccio e dal sacco in cui era stato sistemato il cadavere", si legge nel provvedimento della Suprema Corte.

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